| Eppure le regole sono importanti |
| Ma, evidentemente, ci si abitua a tutto.
Per raccontarvi questa
storia proviamo a partire dalla passione nazionale, quella per il calcio. Mondo folle per
molti aspetti questo del pallone, per le cifre di alcuni stipendi, per la valutazione
"di mercato" di alcuni giocatori, ma anche per la violenza crescente che questo
universo sta generando (e qui bisognerà che, anche noi "popolo movimentista e
impegnato", ci occupiamo di più di quello che succede negli stadi: come fenomeno
sociale ma anche per le risposte di ordine pubblico -talvolta liberticide- che provoca).
Ma quello che qui ci
importa è il decreto salva-calcio approvato nel mese di febbraio. Senza di esso molte
società di serie A e B dovrebbero dichiarare fallimento (come è successo nei mesi scorsi
alla Fiorentina di Cecchi Gori).
Si parla tanto di calcio in
questo Paese, ma è sempre stato tabù parlare dei bilanci delle società. Tutti
conosciamo Vieri e Del Piero ma pochi si chiedono con quali soldi sono pagati i loro
stipendi. La vicenda è emblematica perché questa dicotomia tra i fatti (che tutti
leggiamo) e le regole che li determinano (di cui nessuno si occupa), non riguarda solo il
mondo delle passioni (per esempio lo sport) ma anche quello degli interessi (l'economia)
e, persino, quello delle idee.
Allora in che cosa consiste
il decreto salva-calcio? Diciamo che per salvare dal fallimento i club di calcio
professionistici (!) il governo li autorizza a spalmare su un periodo di 10 anni (invece
che su quello di tre anni previsto dal diritto societario) le perdite derivanti dalla
svalutazione del "patrimonio calciatori".
Detto così sembra
complicato, ma è più semplice di quanto si pensi, basta tenere conto che il calcio è un
mondo che, fin qui non ha badato a spese: i club, pur di assicurarsi i Vieri o Ronaldo del
caso, hanno speso cifre folli. Per far quadrare i bilanci hanno iscritto questi giocatori
nel bilancio (stato patrimoniale) a valori molto alti, immaginando che se io compro Vieri
oggi a 10 domani qualcuno potrebbe essere disposto a comperarmelo per 40. Insomma, bilanci
gonfiati.
Ora però anche il mercato
dei calciatori non ha più fiato, e nessuno (o pochi) possono permettersi il lusso di
comperare Vieri a 40. Quindi, realisticamente, questi patrimoni vanno svalutati (in molti
casi del 50 per cento).
Se rispettate, queste norme
di un bilancio corretto, farebbero fallire i club: troppo gonfiati i bilanci precedenti,
troppo grandi le perdite che si aggiungono a quelle, già preoccupanti, degli anni
precedenti.
Il governo quindi
interviene con un decreto ad hoc: per consentire di spalmare le perdite su un lungo
periodo. Insomma, una eccezione alla regola, anche se nessuno sa se sarà sufficiente a
tappare i buchi della malagestione del calcio. Inoltre ci si chiede: perché favorire
così una manciata di società sportive e non invece altri tipi di società, magari più
importanti ai fini dell'occupazione?
Le disparità introdotte
dal decreto non finiscono qua: ci si potrebbe chiedere perché allora non
"reintegrare" la Fiorentina lasciata fallire miseramente qualche mese fa (e
rifondata: adesso però milita in C2); e perché invece alcuni club (per esempio il
Bologna e il Lecce) al termine della passata stagione hanno correttamente svalutato il
patrimonio calciatori ripianando le perdite con l'immissione di nuovi capitali (senza
bisogno quindi di regole ad hoc). Segno che una gestione sana è possibile anche nel mondo
del calcio.
In gioco, questa volta, non
ci sono i risultati di campionato (ma, alla fine, anche questi non sono determinati dalla
capacità di spesa di una società?) ma i circa 1.927 milioni di euro che costituiscono il
"patrimonio calciatori" iscritti a bilancio dalle società di serie A.
Ma ci occupiamo di calcio,
come detto, soprattutto per riflettere sulla questione delle regole (e, infine, della
legalità) in questo Paese. Il decreto salva-calcio è stato realizzato semplicemente
inserendo due piccoli commi nel decreto legge 282/2002.
Il numero non vi dirà
niente, ma è il provvedimento che introduce una pioggia inedita di condoni (vedi
Altreconomia numero 35). Come già scrivevamo in dicembre, i condoni non sono una novità
per l'Italia, ma non se ne erano mai visti così tanti tutti insieme. E, soprattutto, è
passato il decreto "tombale", nonostante il ministro del Tesoro, quando si
incominciò a parlarne, avesse giurato: "Nessun condono tombale, non è nemmeno
costituzionalmente possibile".
Criticammo aspramente
quelle scelte che aprivano una nuova breccia nello spirito di legalità di un Paese che
proprio su questo terreno misura la sua maggiore distanza dall'Europa. Ma non era ancora
finita: in poche settimane la nuova sanatoria sulle quote latte e le misure inserite nel
decreto salva-calcio e nel condono trasformato in un "supersaldo di fine
stagione", hanno allargato la falla fin a farla divenire una voragine.
Attenzione: quest'ultimo
capoverso non lo scriviamo noi di Altreconomia, ma Massimo Gaggi in prima pagina sul
Corriere della sera del 19 febbraio. E sentite come continua: "La decisione di
governo e parlamento di sacrificare i principi basilari della certezza del diritto
tributario e del rispetto di varie norme che regolano la vita delle società per centrare
alcuni obiettivi finanziari contingenti non solo è censurabile sotto il profilo
etico-politico, ma rischia di avere anche pesanti conseguenze economiche nel medio-lungo
periodo... Con queste misure il ministro Tremonti conta di mettere a posto i conti del
primo semestre 2003... Ma poi nell'anno successivo che cosa accadrà?"
Per soldi che arrivano (con
il condono), altri se ne vanno (con la Finanziaria). Non parlate di calcio a chi lavora in
un ente di ricerca: avrà la tentazione di odiare Del Piero. Incominciano, infatti, a
farsi sentire i primi tagli ai budget della ricerca (meno 2 per cento, rispetto allo
scorso anno, nel cosiddetto "fondone", che finanzia gran parte degli enti). E
nel 2004 i tagli potrebbero essere ancora più consistenti (addirittura il 10 per cento).
Ma la vera partita (per
rimanere nella metafora calcistica) riguarda la riforma degli enti di ricerca: il
Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr, recentemente commissariato con relativi corsi e
ricorsi in tribunale), l'Istituto nazionale di astrofisica e l'Agenzia spaziale italiana.
Il governo ha già presentato i tre decreti di riordino; adesso passeranno al parlamento
(che però esprime soltanto un parere consultivo) e poi diventeranno legge. Tappe rapide
quindi, contro le quali sono scesi in piazza a Roma, il 12 febbraio, i ricercatori.
Nessuno discute la necessità di mettere mano a una vera riforma del settore, ma
scienziati e ricercatori mettono sotto accusa "un riordino verticistico che aumenta
l'ingerenza politica".
Il progetto del governo
riorganizza i 108 istituti del Cnr in dipartimenti, concentrando le attività in 7
macro-aree strategiche, ma, oltre alla spinta a lavorare nelle reti di eccellenza
internazionali, spinge verso un rafforzamento dei legami con il mondo produttivo.
Come se non bastassero,
tagli e progetti di riforma, in febbraio sono state anche presentate le "Linee guida
per la valutazione nazionale della ricerca": un progetto che prevede comitati esterni
di verifica (con l'obiettivo di esaminare 40 mila ricerche in tre anni) e la valutazione
del ministero, oltre che sugli enti, anche sull'intera attività di ricerca svolta dalle
università.
La posta in gioco, come si
vede, non è davvero piccola.
Articolo apparso su www.chiodofisso.it |