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Num pavés da d'ca e da d'là da Po e Tesin

Per gli altri siamo estremamente simili, come infondo tutti i padani da Torino a Rimini: ma fra noi ci distinguiamo in pavés da d'sa, pavés da d'là da Po e lumlìn.



Ebbe singolare fortuna in Gran Bretagna, non ricordo in quale anno di questo dopoguerra, un libro intitolato: Is the English Man a Human?, che tradotto dovrebbe suonare così: Appartengono gli inglesi al genere umano? Il dubbio è pieno di humour e insieme di presunzione, talché non serve dire che agli inglesi piacque moltissimo. Ora, dovendo scrivere dei pavesi, l'humour di quel titolo mi alletterebbe molto, ma più mi spaventa la presunzione: che non venga in mente a qualche malevolo di considerarci staccati da terra più di quanto non siamo in realtà. Gli inglesi, loro hanno dominato il mondo, inventato quasi tutte le forme e i mezzi della civiltà moderna; i pavesi hanno inventato molto a loro volta, però in tempi passati, anzi così lontani da non potersi giurare su quasi nulla: che so?, il pavese, o stemma smaltato applicabile alle corazze e agli elmi, per cui l'insieme degli stemmi era chiamato dovunque il gran pavese; il giunto cardanico, il fagotto, le acque incrociate e scorrenti per via d'un ponticello-guida che portava un fosso a scavalcare l'altro; l'uva trebbiana; il cembalo scrivano; una qualità di riso che detiene il primato ancor oggi; il cemento armato in un certo modo e persino un orologio che funzionava a sommo di una lucerna (quando alla meridiana veniva meno il sole); la lampadina elettrica;' per tacere del primo Monte di Pietà e della Banca di imprestito dei denari, a metà col Brambilla di Milano. Curioso imprestito anche questo del Brambílla ai milanesi, il toponimo essendo bergamasco, e la famiglia propriamente pavese con tanto di titolo comitale. È che le sorti della nostra e della loro città non furono quasi mai divise: e quando anche lo furono, non si trattò di periodi molto lunghi: ora dominando Milano capitale romana d'Occidente, ora Pavia capitale d'Italia: infine, distrutta Milano, la rifecero nel Mille i transfughi di Pavia e di Como per la rovina - o quasi - delle loro piccole ma superbe città di origine.
Qui però siamo troppo avanti - fine del primo millennio cristiano - e dietro abbiamo tanto da non potersi tacere, sebbene confonda molto gli storici. Il pavese di oggi è una mescola etnica ben determinata: eppure bastano piccole sfumature del dialetto a distinguerci in tre branche: i pavesi veri e propri, i lomellini, gli oltrepadani di riva destra. Forse, chissà, li distingue il territorio, che non è affatto simile, e dunque la diversità delle origini tribali, non proprio razziali. In effetti non esiste al mondo un paese nel quale la coesione etnica sia così omogenea come in Padania. Eppure la stessa mescola dei sangui consente una distinzione, per tacere della gromma politica acquisita nei secoli, anzi nei millenni a occidente e oriente di Pavia che non a caso venne prescelta come capitale di tutti o quasi i padani, da Torino a Milano, da Piacenza a Venezia e Ravenna (escluse).

Della Pavia antica sappiamo che era ligure, ma l'antichissima? E ancora: chi erano i liguri al cospetto di dio? Qui siamo già nelle canne, a maggior ragione se si tíen conto che Lyga, in greco, significa palude, e che per i romani erano tutti ligustini gli abitanti delle due rive di Po. Poi distinsero un po' meglio e chiamarono Gallia Transpadana le terre di sinistra, Cispadana le terre di destra, ma sempre in termini vaghi, e tali comunque da non segnalarli come poveri di egotismo nazionale.

Cercando di attenermi alla logica, nella congerie di informazioni etniche fra loro contrastanti, questo ritengo di poter dire.
Nel periodo preistorico, e chissà per quanti millenni, gli uomini migravano a branchi come animali e uccelli, quali venendo dal nord, quali dalle sconfinate pianure dell'est (da Asu, o paese del sole nascente, in contrapposto a Europa, o Ereb, paese del sole calante).

La nostra grande valle era un immenso acquitrino nel quale grondavano sempre meno rapinose le acque alpine ed appenniniche. I sali marini vennero dilavati nei millenni. Dalla palude sorse ro terre via via formate dai detriti montani o dalle piante. Le terre si rigavano di vie d'acqua perenni, i fiumi. A1 centro della valle, simile all'impronta di una chiglia smisurata, riuniva tutte le acque scorrenti un fiume capriccioso come il clima, l'attuale Po. Era in effetti un immenso scolatoio nel quale confluivano fiumi di diversa portata. Da una riva all'altra rimbalzava il filo di corrente come farebbe ancor oggi se non venisse arginato: dove trovava molle, erodeva e sfondava tracciandosi un nuovo letto: dove non era molle, la riva lo respingeva, inducendolo ad aggredire l'opposta. Più che un fiume, che gli ignari vorrebbero vasto e solenne, il Po era un
fondo di sentina legato ai capricci del clima, ovviamente sensibile
al tasso imbrifero delle convalli. Ogni piena d'un affluente lo buttava fuori dal letto come un padre poco gradito: i suoi ghirigori matti ne sono la prova. Il Po non è mai stato navigabile con natanti appena più capaci d'una maona: erano proibitive le piene come le magre: dunque non era e non è neppur oggi un fiume serio. Chi parla di navigarlo propone che si fiancheggi di canali: saggia cosa
ad averne i mezzi, ma a complicar tutto rimangono gli affluenti.
Quando è in piena, il Po romba e ruggisce come un mostruoso animale; quando è in magra, nei cinque rami in cui si divide alla foce, non ha fondali adeguati: le bettoline che tentano di risalirlo sono spesso costrette a discariche rovinose: e quei natanti pescano, al più, settanta centimetri!

Il concetto di navigabilità è comunque moderno: i primi a risentirne sono i veneziani, ormai avviati a potenza marinara: ma io sono rimasto ai liguri, venuti quassù all'inizio dell'ultimo millennio avanti Cristo. Chi fosse in Padania prima di loro è impossibile precisare. Popoli tuttora confinati nel profondo e meno ospitale sud vi sarebbero giunti traverso la Padania: si parla di osci in Lucania e Calabria, di umbri che avevano preso o dato il nome all'Insubria, cioè all'attuale Lombardia. L'immagine di quell'Italia - che propriamente significa madre dei vitelli (! ) - suggerisce un continuo procedere di popoli incapaci di prendere stabile dimora: l'uno sospingeva l'altro, oppure lo sottometteva senza espellerlo, e dava origine a un popolo nuovo. Quando il caleidoscopio etnico incomincia a definirsi in Padania, a Oriente debbono sostare gli etruschi, provenienti dall'Asia minore: si sono sovrapposti - è da supporre - ai dinarici. Poi sono calati i celti e gli etruschi si sono spostati a sud. I celti si sono insinuati fra loro e i liguri, che erano venuti dal sud-ovest.

I liguri si sono chiamati via via lybui arii, berberi e iberi. È accettabile la teoria secondo cui sarebbero originari, come tutti gli ariani, della Mesopotamia: due grandi vettori ariani avrebbero risalito, dividendosi, i territori fra l'Asia e l'Europa: quello orientale ha trovato terre calde e ospitali risolvendo interiormente il proprio dinamismo (dice Rabindranath Tagore); quello nord-occidentale ha trovato ambienti freddi e ostili, per dominare i quali avrebbero estrinsecato materialmente il proprio dinamismo razziale; da qui
lo spirito contemplativo degli indù e l'attivismo pragmatico degli europei.

Il terzo vettore ariano ha varcato l'Europa aggirando il Mediterraneo a sud: e ha preso il nome dalla Lybia (lybui arii).

I liguri, dunque, sono parenti dei berberi e degli iberi: andate a parlar pavese in Catalogna e perfino in Portogallo: verrete capiti da quasi tutti (sic). Le cose si complicano quando un avvocato novarese a nome Ferrari accosta ben duecento vocaboli comuni ai baschi e ai liguri di Novara - che parlano il nostro stesso dialetto: ma qui la scappatoia è possibile in materia di etnia: il
linguaggio non è sempre un indice sicuro. È molto peggio, ínvece, quando i cronisti romani danno notizia di battaglie vinte dai lybui arii e di altre combattute fra liguri dello stesso ceppo, gli hambrones, che si accorgono con sgomento di essere fratelli: e una delle due parti, logicamente, molla. L'apparizione degli hambrones ha convinto qualche ligure d'oggi alla lusinghevole induzione che i loro antenati fossero provenienti dalle mitiche regioni
dell'ambra, cioè dal Baltico e dintorni. Visto che di hambrones si parla, nessuno può escludere ulteriori infiltrazioni nel tessuto etnico originario. Lo stesso Catone, che prende abbagli sesquipedali visitando la Padania nel 230 avanti Cristo, dice che i liguri sono simili a bestie in quanto non sanno da dove vengono. Invece i romani, com'è risaputo, scendono giù diritti dalla dea Venere,
madre di Enea troiano.

Sta di fatto che liguri sono tutti gli abitanti dei territori che vanno da Lucca a Como, da Luni a Torino e Cuneo. Nel comasco e nella bergamasca soccorre l'archeologia, che rinviene tombe dei liguri leponti. È ligure l'intera Lomellina, che prende il nome da Laevorum Mellum (luogo fortificato dei laevi, cioè di riva sinistra). A parlare di laevi è Plinio il Vecchio, che a sua volta può essere benissimo un lepontino: egli distingue la nostra gente in due tribù: i citati laevi e i marici, il cui nome trova sicuro etimo in marais, palude. Nell'Oltrepò risiedono gli statelli. Fra loro e i boi dell'Emilia (che vengono dalla Boemia e hanno ricostruito Bologna) si sono insinuati gli anamari, celti a loro volta: gli attuali piacentini.

L'invasione celtica da nord e nord-ovest porta í galli fino a ridosso dei laevi e dei marici, non oltre (Binasco ha conservato il suo nome ligure). I galli sfondano più al centro e a oriente della Padania. I boi e i senoni varcano il Po. Una differente trascrizione deve distinguere, impropriamente, i cenomàni dai sènoni, fondatori di Siena e Sinigallia: i cenomàni sono di Brescia e Cremona,
forse anche di Verona e Mantova, dove peraltro è gente di palude, quindi ligustina (secondo la dizione greca). Infiltrazioni germaniche hanno luogo su Bergamo e su Verona, che un tempo si chiamava Bern, da orso, come Berna e Berlino. Brescia deriva da Brig, alto, come Briga, Brixen, Briancon e Brianza. Per indignare i brianzoli, ditegli che da brig deriva anche brigante, uomo che si
rifugia in alto.

E qui risiamo ai liguri, che gli imperialisti romani sfrucugliano provenendo da Piacenza, a noi tradizionalmente nemica. Nel 225 si attestano a Casteggio, il loro Fort Apache in Padania. Sono arrivati a vedere il Po ma non lo varcano se non per opporsi ad Annibale, che invade l'Italia dal nord-ovest. Perché mai il grande condottiero punico ha scelto questa via? Rispondo: perché essendo
berbero e non fenicio pensa - anzi è certo - di trovare gente affine nella parte occidentale della Padania: di poter reclutare truppe e stabilire le basi per procedere prima alla conquista di Genova, porto greco-fenicio, e poi dell'intera Italia.

Sostengo l'ipotesi che i Barca siano berberi inducendo dai Prolegomeni di Ibn Kaldoun: se non lo sono loro, almeno lo è gran parte del loro esercito. Annibale punta su Pavia, che è alla confluenza del Ticino con il Po. Sconfigge Scipione e lo costringe a tornare precipitosamente sulla riva destra del Po: i due primi rifugi sono Casteggio e Piacenza. Annibale ordina a Maharbale, comandante della cavalleria, di star dietro a Scipione ma di non attaccare battaglia perché, se lo facesse, verrebbe a trovarsi la guarnigione di Casteggio sul fianco destro. Qui l'amabile domenicano pavese Severino Capsoni, che ha letto il XXI di Livio in versione integrale,non depurata da commentatori sospetti di meridionalismo, mi informa, con mia grande goduria, che Annibale ha rimesso in sesto l'esercito, ha ricostruito i ponti sul Po e ha cinto d'assedio Casteggio: però, precisa Livio, non ha dovuto combattere, perché il comandante della piazza, un certo Dasio da Brindisi, si è arreso per oro. Garantito che poi, terron de l'ostia, il brindisino è scappato in Svizzera con il suo harem: non per nulla Strabone scriverà che le nostre donne sono bellissime...

Finisce anche il bieco ventennio annibalico e tornano implacabili i romani a batterci le croste. Deportati come schiavi quasi settantamila capifamiglia liguri. Eravamo nemici; ora siamo sotto posti a tributari: ecco perché a nessuno viene in mente di scrivere la storia dei liguri: visto che viviamo nell'orbita di Roma, meglio restare schisci e cercare di averne i maggiori vantaggi possibili.
Nelle nostre stesse canne sono i galli del Midland - terra di mezzo - che i romani ribattezzano Mediolanum. Pavia si chiama Ticinum secondo i romani, dunque Teh-sin secondo il probabile nome unno. Anche il nome di Po viene dagli unni, che sono mongoli: Po significa insieme fiume e palude.

Teh-sin si chiamerà Pavia quando i romani vi stanzieranno una colonia quasi tutta costituita dagli eccedenti della Tribus Papia. È questa la versione più accettabile. Ma è chiaro che si deve procedere secondo logica. E se a qualcuno viene in mente di eccepire sulle mie ipotesi storiche, ecco qua la mia sghignazzata risposta.

Secondo Jacopo Gualla (De Papiae Antiquitate, anno D. 1587) il nome di Pavia deriva da quello di Papieno, che l'ha fondata; Papieno era figlio di Italo, primo re del Lazio. Non basta: secondo Alessio Beretta, canonico del 1600, Papieno è venuto a fondare Pavia quando aveva già compiuto i 419 anni: e qui è felice-
mente rimasto altri 129. In tanto spreco di stagioni non è riuscito a mettere al mondo più di dodici figli e quattro figlie. Un vero castrone. Ma il canonico Beretta, che conosceva la Bibbia, aveva letto anche di peggio.

Ligure allora Pavia, e rinsanguata dagli eccedenti della tribù romana Papia: distrutta magari dai romani, quando hanno varcato il Po e attaccato i galli-liguri alleati di Annibale: però dai romani sicuramente rifatta secondo l'abituale geometria del castrum, o città armata: il cardo, da nord a sud (l'attuale Stra' Noeuva), il decumano a incrociarlo da est a ovest (via Cavour e via Mazzini).

Ma i papiensi, chi sono? Storici ed etnologi sono indotti a pensare che le stesse invasioni modifichino assai poco l'etnos di base: diciamo allora che il fondo pavese è ligure e su quello si sono inseriti i papii. Non tanti dico, da poterci cambiare la fisionomia ariana. Su alegar.