IL CASO. Parla Pieroni, l'ex numero 1 dell'Ancona ormai fallito53 giorni di
carcere e un nemico: "Moggi me l'ha giurata"
"Ho fatto soldi nel calcio sporco ma il peggiore non sono io"
"Tutto cominciò col Perugia-Juve del 2000..."
di CORRADO ZUNINO
PERUGIA - La cyclette cromata è al centro del salotto dell'attico al centro di Perugia,
otto pile di documenti sono sul tavolo d'antiquario. Il ragionier Ermanno Pieroni, 59
anni, arbitro a quindici, segretario particolare del senatore Francesco Merloni a
ventinove, direttore sportivo del calcio a trentatré, nelle stagioni '80 e '90 è stato
il miglior piazzista di giocatori sconosciuti: 32 ragazzi scoperti nelle periferie
d'Italia, fatti crescere e quindi venduti in serie A per 140 miliardi di vecchie lire.
Hidetoshi Nakata, il talent scout Pieroni lo è andato a prelevare addirittura a Tokyo,
poi l'ha ceduto alla Roma di Sensi per 60 miliardi. Schillaci lo vendette alla Juventus di
Boniperti, Protti al Bari di Matarrese, Marchegiani al Brescia che era un ragazzino.
"Dalla Promozione alla serie B ho vinto dodici campionati", dice Pieroni con
quella tigna un po' arrogante che gli ha regalato nemici in tutte le piazze che ha
frequentato. E aggiunge: "Ho vissuto in un calcio corrotto, ma ho fatto il dieci per
cento di quello che ho visto, a tutti i livelli. Ho pagato stipendi in nero, ho evaso le
tasse, ma per questo ho fatto 53 giorni di carcere, 110 giorni di domiciliari. E la sera
dell'arresto sono andato in ospedale con 43 agenti intorno".
Già. Ermanno Pieroni è imputato in sette inchieste tra Ancona e Taranto: truffa ai danni
dello Stato e bancarotta, sono le accuse. La bancarotta è quella dell'Ancona calcio spa,
undici agosto del 2004. Da due settimane è un uomo libero, solo a Perugia: non può
lasciare la città. E dal suo attico con cyclette in cromo e faldoni appilati parla con
"Repubblica". "Il pubblico ministero Irene Bilotta mi accusa di aver fatto
fallire l'Ancona e di aver portato via 12 milioni di euro dalle casse del club - inizia -
dimostrerò che non ho preso un soldo e che io, come Sensi e Moratti, in una squadra di
calcio ci ho messo i miei averi. Per me, a differenza di Sensi e Moratti, erano però i
risparmi di quarant'anni di lavoro. Due milioni accumulati in una banca di Montecarlo e
cinque appartamenti: ho perso tutto".
L'arbitro di C fattosi presidente di serie A è convinto di essere finito in galera per un
accordo tra il calcio e la politica. Segna su fogli di block notes nomi, li incrocia
disegnando frecce. L'avversario più cinico, racconta, è stato Luciano Moggi, direttore
generale della Juventus. Pieroni lo chiama il pescecane. Poi c'è "la cupola di
Ancona". Intende una cordata di imprenditori locali che mai ha sopportato il
ragioniere di Jesi alla guida del club che fu del potente Longarini. Il terzo schieramento
nemico è l'Alleanza nazionale "che ruota attorno alla Maceratese". Infine,
"un gruppo di potere all'interno della Federazione". Pieroni sostiene che le
garanzie economiche offerte nel corso dell'ultima ricapitalizzazione dell'Ancona calcio -
un credito Iva di 13 milioni di euro periziato dal tribunale - non sono state accettate
per scelta politica: "Mi hanno negato l'iscrizione al campionato di serie B e hanno
sancito la fine della mia società. Dopo tre anni di scandali impuniti il calcio doveva
dare qualcuno in pasto all'opinione pubblica - dice - eccolo, il più debole. E poi hanno
voluto tutelare i fratelli Zappacosta, alti dirigenti Coni accusati di aver portato via
dall'Ancona un milione e mezzo di euro". I fratelli Zappacosta sono sotto processo,
stesso pm, per appropriazione indebita.
"Se devo ricostruire chi me l'ha fatta pagare, Moggi è in cima ai pensieri". Lo
scontro tra i due prende corpo il 14 maggio del 2000 quando il Perugia di Mazzone, in una
domenica folle di diluvi e sospensioni, batte 1-0 la Juventus e le nega lo scudetto. La
Juventus di Lippi e di Moggi. Pieroni racconta: "Il martedì che precede la gara mi
avvicina il presidente Gaucci, un uomo per cui ho lavorato tanto e che mi ha fatto ricco,
un presidente generoso che viaggia con gioielli e tagli da 500 euro nei tasconi del
Mercedes, ama fare regali lui. "Pieroni", mi dice Gaucci, "se contro la
Juve non giochiamo alla morte e non vinciamo metterò in discussione il nostro rapporto,
passato, presente, futuro". La Lazio non poteva perdere lo scudetto a Perugia per due
anni di seguito. Avrei scoperto in seguito che Capitalia, già nel consiglio di
amministrazione della Lazio, nel Duemila aveva già in pegno tutte le azioni del
Perugia".
La Juventus? "Ricordo una strana telefonata. Il venerdì, era Francesco
Cimminelli". L'amministratore del Torino? "Lui, imprenditore dell'indotto Fiat,
vicino alla Juventus e a Luciano Moggi. Cimminelli voleva vedermi con urgenza, aveva da
propormi un incarico al Torino. Gli dissi di aspettare Perugia-Juventus". Domenica 14
maggio gli umbri si giocano tutto, nonostante siano già salvi, e una Juve senza gambe
perde il campionato. "Moggi non me l'ha mai perdonato". Spiega Pieroni: "Il
martedì raggiunsi Cimminelli nel suo ufficio di Borgaro Torinese, alla Ergom. Mi offrì
un contratto di tre anni, tre miliardi netti. Firmai e in pochi giorni la stampa sportiva
locale montò una dura campagna contro di me. Puntuale arrivò la contestazione degli
ultrà: in settemila sotto la sede contro il sottoscritto. Credo siano stati aizzati. Una
settimana e Cimminelli si fece vivo: "Pieroni, non se ne fa nulla - mi disse - qui
c'è un'incompatibilità ambientale". Avevo un contratto firmato e la Lega di Franco
Carraro fece finta di non sapere. Per riparare il danno il patron del Torino mi offrì 600
milioni, li avrei investiti sull'Ancona. Quello che ho sempre sospettato, e cioè
l'intervento di Moggi sulla dirigenza granata come ritorsione per Perugia-Juventus, è
diventato un elemento del processo in corso ad Ancona. L'avvocato Maglione, dirigente di
calcio, lo ha dichiarato al pm: "Pieroni al Torino è stato bruciato da
Moggi"".
Il primo sgarbo è agli atti, ma il direttore sportivo di provincia ricorda quindici
occasioni di scontro con il direttore generale Juve. "Nella primavera 2002", una
per tutte, "entrai in rotta di collisione con il figlio Alessandro sulla campagna
acquisti. Io lavoravo per l'Ancona in serie B, Moggi junior procurava giocatori alla
Ternana. "Se mi tocchi questa squadra", gli dissi, "ti porto dal pm
Guariniello". Lui: "Lascia stare i tribunali, abbiamo conoscenze importanti,
possiamo farti molto male"".
Pieroni vuole spiegare chi è, oggi, Luciano Moggi. "Riesce a controllare attraverso
suoi uomini otto squadre di serie A", assicura. "In queste settimane sta facendo
pressioni per entrare nella Roma: vuole togliere di mezzo il direttore sportivo Franco
Baldini per sostituirlo con Mariano Fabiani, oggi al Messina. Ha messo alla Lazio un
"ds" fedele, Gabriele Martino. E ci sono suoi fidati all'interno di società
apparentemente nemiche come la Fiorentina di Della Valle. Ha uomini - non solo rapporti
stretti, uomini - in venti club tra serie B e C. Attraverso la Gea World presieduta dal
figlio, duecento tra giocatori e allenatori sotto contratto, condiziona nemici e amici.
Calciatori, dirigenti, qualche presidente. È storia di queste settimane: il Siena,
penultimo in classifica, ha fatto il miglior mercato d'inverno. Ha preso sei uomini di
peso, persino un difensore di prima fila della Juventus, Tudor, fin lì negato a tutti.
Che cosa è successo? La Gea è riuscita a far cacciare Gigi Simoni, un gentiluomo del
calcio italiano, per mettere in panchina un suo assistito, Luigi De Canio. Simoni si è
sempre rifiutato di entrare nel parco Gea e ora paga. Moggi, sa, è riuscito a far
litigare lo storico direttore sportivo del Siena, Nelso Ricci, con il presidente De Luca:
la storia del rinnovo del contratto del brasiliano Taddei. Quindi, ha piazzato al suo
posto il fido Perinetti, uno che di Moggi conosce tutti i segreti. Sono pronto a
scommettere: Taddei a giugno finisce alla Juventus o alla Roma. Chiedete ai procuratori
Canovi e Morabito come la Gea mette sotto contratto i giocatori. Li blandisce: "Se
vieni con noi ti facciamo arrivare in nazionale". Poi li spaventa. Senta Grabbi, una
promessa della Juventus, uno che con la Ternana in serie B ha fatto ventidue gol. Disse no
a Moggi junior perché non voleva abbandonare il procuratore che l'aveva fatto crescere e
adesso è a spasso".
Padre manager e figlio procuratore, continua il racconto Pieroni, hanno sferrato l'attacco
frontale la scorsa estate: "Ero con l'acqua alla gola e hanno tentato di portare
l'Ancona sotto la loro ala. Erano quotidianamente informati dall'ex amministratore
delegato, Vincenzo D'Ambrosio, e dal direttore sportivo Pietro Tomei. Agiscono così, ti
sfiancano e ti sfilano la società. Tentai di rabbonirli prendendo in prestito un
attaccante del giro Gea, Jardel, un pacco brasiliano in sovrappeso di 15 chili, 650 mila
euro tra prestito e ingaggio". Di lui, ad Ancona, si ricorda la bellissima moglie.
"Non è bastato. D'Ambrosio incontrò a mia insaputa Alessandro Moggi a Milano. E poi
offrì all'antiquario vicentino Corona - l'imprenditore che aveva in mano la garanzia Iva
da 13 milioni - un milione e 200 mila euro per comprare la sua quota in società: in
contanti, tutti stipati in una valigia. Corona rifiutò".
Nel calcio Luciano Moggi fa quello che vuole, chiude Pieroni. "Con me si è vantato
di suggerire soluzioni all'attuale presidente federale, Carraro, tutti i giorni. Ha messo
in pensione Picchio De Sisti e Aldo Agroppi, allenatori ostili. Il prossimo obiettivo è
zittire Boniek, uno che alla Domenica sportiva ama dire la verità. Dal suo periodo
trascorso a Torino ha ereditato amici decisivi: uno è il veterinario Pierluigi Pairetto,
designatore degli arbitri. Oggi Moggi ha amicizie in tutti i gradi della Federcalcio:
infatti non viene mai interrogato, deferito, punito". Ecco: "È un uomo
vendicativo, ha contribuito a rovinare questo bel calcio e a distruggere Ermanno
Pieroni".
(8 febbraio 2005)