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Regata in Stra' Noeuva (che Siena non ha)


I venti figli - tra morti e vivi - dell'ingenuo tessitore Pipò. Sospetti su un astronauta di discendenza bassaiola. Insulti gratuiti dopo un distico dedicato alle crete senesi, che un lago rinverdirebbe ottimamente.



Del colonnello Giovanni Sghira, parente di parenti, conservo un divanetto da portego veneziano così bello e fragile che non imito il conte Cella unicamente per pudore, ma quando qualcuno ci si lascia cadere sopra sento miseramente scricchiolare anche le mie povere vertebre. Per togliermi certi patemi, dovrei proprio circondarlo con un cordone di seta rossa, tanto più che il ricordo m'intriga a ricerche troppo particolari per non insospettirmi. Escludo comunque che un Della Zolla della mia rigogliosa linea di sangue abbia mai arrischiato un'unghia per la libertà dell'Italia una. Lo stesso Sghira deve essere espatriato come Carlo Cattaneo per non avere noie. Sapevo di lui che aveva preso residenza in Canton Ticino. Quando uno Schira astronauta mise in pace sé e gli italianuzzi d'America affermando che la sua famiglia veniva dalla Svizzera, improvvisamente ne collegai la impresa con il divanetto da portego e, per un istante piccato di quella precisazione astuta, mi ci lasciai cadere a provocarne, quasi per sfida, i temuti scricchiolii.

Del resto, perché adontarsi di queste disinvolture? Ha scritto Garibaldi nelle sue animose Memorie che quando si è preso la briga di appurare il ceto dei suoi Mille, tutte le categorie sociali vi ha trovato degnamente rappresentate, ma non la tenace schiatta dei
contadini: dal che ha dedotto che «mai nulla di buono sarà fatto dall'Italia in sin che non verrà distrutta la nera scrofolosa genia dei gesuiti e dei gesuitanti».

La colpa della nostra ignoranza era dunque dei preti? Si sarebbe tentati di crederlo ricordando Pipò, alacre tessitore del mio paese, che mise al mondo uno stuolo di figli - una ventina, non meno - senza sapere che quei poveretti nascevano solo perché lui ignorava cosa avvenisse alla conclusione del suo dolce peccato. Di offendere il Signore amando sua moglie aveva precisa coscienza, perché gliel'aveva detto il parroco: e resisteva - mi disse - finché proprio il diavolo rosso del desiderio non lo prendeva alla gola (o non prendeva sua moglie): allora gemendo e stronfiando si avventavano l'uno all'altra, e da quello che consideravano peccato mortale nasceva regolarmente un figlio. Poi, magari, moriva: ma dodici gli sono rimasti sul gobbo: e forse non era sempre contento di averli a dividere il suo scarsissimo pane: però smise di farne solo quando un agricoltore generoso gli parlò della fecondazione animale. E naturalmente la smise anche di andarsi a confessare.

Le condizioni della nostra gente dovevano essere spaventose, se è vero che mio padre - classe di ferro 1878 - mangiava pane bianco nei giorni di Natale e di Pasqua. Bovine e pollerie muggivano o starnazzavano nelle curtes dei fortunati. Fuori, come sempre, vita grama, e uno stuolo di pellagrosi ai quali il governo passava, magnanimo, il sale.

Dei secoli andati si ricordava con rimpianto la pietosa confraternita di San Rocco, alla quale aveva concesso la Spagna di liberare ogni anno un condannato a sua scelta. Il poverino veniva vestito di bianco e immesso in processione: te deum laudamus, cantava la gente, per averci almeno concesso di salvare questo ladro (o altro che fosse) dalla galera. Prima, si sa, andava anche peggio: il nobilissimo ducato non aveva flotta se non fluviale, e tutti remavano in piedi, non certo incatenati agli scalmi: però aveva continuo bisogno di rematori la Serenissima Repubblica di Venezia: e volentieri ne acquistava dalle nostre popolate prigioni. Il sospetto è poi che quel commercio venisse favorito mediante una acconcia interpretazione dei codici. Venezia e la Spagna lottavano anche contro gli infedeli per la suprema gloria del Cristo: non era dunque peccato, anzi, trasferire buoni muscoli alle loro galere naviganti.

Pavia impicciolisce via via che dilatano i confini del regno. La Oxford dei lombardi non è più sola e dura fatica a difendersi nonostante abbia espresso tanti illustri campioni della stirpe. Che persino Cristoforo Colombo abbia appreso matematica e astrologia alla nostra Alma Mater ha lasciato scritto suo figlio, che intendeva difenderne la memoria anche sotto l'aspetto culturale e scientifico.
La lista dei nostri laureati doctores pervenuti alla fama è lunghissima.

Una patetica e già citata istoria minima dei pavesi elenca un solo Cattaneo Carlo nato nel 1860 e morto nel 1914: figura come professore di fisica nelle scuole medie del regno. Del grande Carlo, fondatore e redattore del Politecnico, uno dei maggiori ingegni mai fioriti nell'ultima avventurata Italia, si ignora che veniva da una famiglia di Casorate Primo. Decisamente, è così lunga la lista dei paìs pervenuti alla fama in oltre duemila anni di storia, che possiamo tranquillamente dimenticare un Carlo Cattaneo. Dio ci perdoni per la nostra inconscia superbia.

Ma Pavia, ho pur detto, rimpicciolisce: non serve abbattere le mura spagnole per vederla dilagare dalle sue dune gloriose. Dei bastioni è rimasta la Rotonda, sulla quale di giorno si esercitano i soldati e la sera altri giovani di almeno due sessi. Destinata a scomparire, strappa al poeta un'ode pariniana:

Dolce Rotonda dei miei dolci amplessi
rallegrati dal murmure del rio,

Dolce Rotonda, addio!,
non ti vedrò mai più.

L'immagine della cara città è quella d'una dama che non nasconde i moltissimi anni. I suoi gioielli sono considerevoli ma vanno scoperti ormai sotto i panneggi: e quasi nessuno li nota. Il che è delittuoso, mi dico io, come alzare gli occhi a un crocefisso e non realizzare che propriamente si tratta di un uomo - se non addirittura un dio - selvaggiamente inchiodato e appeso a due travi in croce. Poiché la sua vista ci è familiare da duemila anni, nonché farci orrore, al più ci intenerisce: e forse è questa la ragione per cui, di tempo in tempo, gli italiani sbottano fuori in gesti d'una ferocia che mai nessuno avrebbe sospettato in loro. Abbiamo impresso un mostruoso delitto nella corteccia cerebrale o, per dirla più poeticamente, nella nostra memoria bio-storica: e ogni tanto lo ripetiamo pari pari.

Vedi dove si arriva, parlando di preziosi e ingiustamente ignorati gioielli! Un giorno passo da Siena, intruppato nella carovana d'un giro ciclistico. Le crete e la città m'incantano, però alla lunga mi mettono sete. Per un ticchio improvviso annoto: C'è una voglia di lago intorno a Siena che lambisca gli ulivi e specchi il sole.
Effettivamente, quella sete era di indole estetica, e vera. Aggiungo: se fosse circondata da un lago, Siena varrebbe Varese, non dico la mia sublime città. Ricevo insulti spassosi, di gente che non ha proprio voluto capire. Allora prendo cappello anch'io e quando incoccio un senese non solo infatuato di Palio gli domando a bruciapelo se conosca Pavia, se per caso abbia mai intravisto il suo profilo antico, le agili colonnine del ponte coperto, sopra un «magico pozzo d'ombre luminose» come è il Ticino in quel punto. L'endecasillabo è dello scrittore Mario Merlo; gliel'ho regalato a suo tempo: non mi risulta che lui abbia mai scritto un verso tanto barocco: buon poeta è lo stesso, però per altri versi egualmente meritori, caro vecchio Marion.

Abbiamo - dico - sei sette chiese di valore mondiale: e voi senesi una, ma unicamente per chi non sa che il vostro duomo consiste d'una sola navata, che nel progetto originario doveva essere laterale.

Si capisce che esagero, però non tanto da provare fondati rimorsi. Mater tua semper pulcra, hanno detto anche i «macolisti», poi regolarmente scomunicati.

Sento qui di dovermi riattaccare alla Pavia ottocentesca, tanto immiserita se non proprio imbruttita dalla decadenza. Esportiamo primari per tutti gli ospedali del regno: quello di Padova ha alla testa un nostro chirurgo - Edoardo Bassini - la cui fama mondiale deriva dal metodo di operare l'ernia inguinale. Sorridiamone pure, adesso: ma ricordarlo è un dovere. Un altro pavese - Gian Domenico Fazzini (1747-1827) - riesce a far cantare i timpani secondo dodici tonalità. Una garrula signorina assaggia la torta inglese del pasticciere Enrico Vigoni ed evoca il paradiso. Al sciúr Ricu si convince allora di dover cambiare nome alla sua invenzione, per la quale io ringhio ai milanesi che, appetto del nostro delicatissimo dolce, il loro panettone è buono - al più - da far ammollare nel caffelatte del mattino.

 



Garibaldi si porta dietro gli ultimi seguaci pavesi per soccorrere la Sorella Latina brutalmente invasa e umiliata dai prussiani (1870). I Cacciatori di Vincennes vengono a lite - nella regione dei Vosgi- con i macaroni che hanno osato sentirne pietà. Nel corso di un omerico pestaggio perde la vita Angelo Scaglioni, nato senza fortuna fra noi. Altri di noi, per fortuna, vengono decorati sul campo.



Goliardi arrazzati dal carnevale aprono i tombini di Carona e allagano Stra' Noeuva: una jole a quattro scende verso Ticino a forza di remi: Carona è una generosa roggia sotterranea: la jole riesce a galleggiare: i remi grattano i ciottoli della rizzarda, ma la bravata ottiene il suo scopo: remare in Stra' Noeuva non è da tutti.
Piccola e raccolta com'è non stupisce che Pavia si trovi qualche volta sopraffatta dagli studenti. La borghesia li sopporta nella misura in cui ne fanno parte anche i suoi figli. La piccola borghesia li sfrutta affittando loro le camere in soprannumero. Il quarto e il quinto stato, al contrario, li considerano con sospetto, se non addirittura con astio.

Per andare a ragazza in Borgo, e gli piaceva andarci ogni sera, un piacentino iscritto a medicina ha dovuto istruirsi in pugilato. Si chiamava, se ben ricordo, Lambrini, e per ironia portava anche gli occhiali: ma fra le corde del ring si muoveva con tanta disinvoltura
da mettere in imbarazzo anche l'istruttore. Era medio naturale, alto di statura, agile e forte. «Impàr par taccà da lit», ebbe subito l'onestà di ammettere: e sapeva di essere nel vero. Le sue incursioni in Borgo infastidivano molto un bello di quella riva. La ragazza, bion-da e ben dotata, era stata sua prima di cambiare fantino. Il bello la tampinava minacciando: lei ne rideva.

Una sera, al ballo, entrano Lambrini e la bionda con l'aria di chi ha già misurato l'argine per il lungo e per il largo. «Loeugia!», si sente ringhiare la ragazza. È il bello, che ha deciso di farsi giustizia da sé. Parte prima il destro di Lambrini: il bello si affloscia di netto. Salta fuori un compare: la sua fine è identica. Viene avanti un po' meno deciso un terzo borghigiano, forse un giaroeu: Lambrini
riesce a schivarne la sventola, fin troppo telefonata, e rientra di uppercut: basta quello per mandarlo a far parte del mucchio. Ed eccone un quarto (uno-due fulmineo), eccone un quinto! L'ultimo approccio è meno sventato: Lambrini deve tenerlo a distanza con il sinistro: glie ne molla un paio sul fegato, poi centra il destro al mento. Lo schianto è impressionante.

Ora lo guardano da terra cinque gaglioffi umiliati. E qualcuno capisce che è meglio intervenire per chiudere l'incidente. Lambrini e la bionda fanno un cauto balletto sulla piastrella e poi prendono il largo. Le nocche di lui sono tutte escoriate. La bionda è certa che non avrà più fastidi. Fino alla laurea, Lambriní le dedica appassionate sere. Bullo com'è suole ripetere a noi giovincelli: «nulla dies sine linea», che in termini volgari significa: «tutt l 'dì un culp». E conclude: «al va in tanta salut».