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BEN JOHNSON

Parlo, vogliate o no, a nome dei miliardi di bipedi che la storia ha via via affievolito fino a mortificarli nella rassegnazione o nell'invidia, sentimento ancor vivo e perciò meritevole di fede. Quel che di berbero resta nel mio sangue estenuato di ligure laevo, vanamente contaminato dai barbari del Nord, suggerisce un immediato ritorno alla lama sottile con cui si sgarrettano i cavalli dei nemici. Il mio simile (rido) che l'obiettivo ritrae sui blocchi di partenza della finale dei 100 metri olimpici a Seul non appartiene al pianeta normalmente abitato da tutti noi. Le sue braccia possenti si disegnano gonfie di vigore selvaggio fuori da cucullari tesi come gomene. Il sole gioca sulla sua pelle pigmentata di ebano lucente.

Lo sgomento maggiore nasce dalla cognizione anatomica. Puerile ma schietto il rimpianto della beata ignoranza di un lemure che chieda come sia possibile che il bufalo si coniughi al leopardo generandone un soggetto che come me (risate) appartiene all'uman genere. L'impressione è di ammirato spavento. Il suo piccolo cranio dolicocefalo irride alle tre meningi sotto le quali coverebbero - espanse dai millenni- le nostre circonvoluzioni gonfie di Kultur. Gli occhi a palla rivelano il bianco perduto di una sclerotica primitiva, ma subito le palpebre ferite dal sole si strizzano sui bulbi forse abbacinati e certo iniettati di una volontà che rasenta l'odio.

Cerco almeno un feticcio frivolo e lo scopro pendulo intorno alle sartie degli sterno-cleido-mastoidei. Buon Dio, è una collanina, un santino (?) che forse gli ha dato sua madre pluripara, saggiamente abbassandolo fino a noi. Ora lascia dove si trova - mi dico - lo spirito sportivo: dimostrati cristiano riponendo il pugnale con cui recideresti quei prodigiosi garretti. Io ci riesco, se debbo dirlo, a stento. La mia ammirazione viene urlata come se fosse trepido smarrimento. Mi sento perfino buono nel riconoscerlo. L'esercizio agonistico è sacrale nella sola veemenza con cui l'uomo superiore di struttura e di forza s'impone al nostro rispetto. Unicamente chi non ha conosciuto Cristo ha potuto mettere in croce Spartaco. Io debbo inchinarmi e, almeno onesto, venerare.

Lo sparo del mossiere è una ventata ciclonica nella quale si scatena l'ultima incarnazione di Ercole semidio. La tecnica è rinata dall'istinto. Non si parla di avvio secondo l'abusato principio della locomotiva: è propriamente una deflagrazione adrenalinica seguendo la quale Ben si trova subito in aria e così volando si coordina al meglio per la corsa. Gli altri paiono miseri grilli salterini.

Lo stile esige riflessione e solo con questo mezzo posso ammirare Lewis. La sua cultura viene mortificata dalla violenza di un superuomo che forse non appartiene alla nostra specie: questo pensiamo solo perché dispone di arti inferiori e superiori. Più precisamente deve averlo plasmato il buon Dio per umiliarci tutti al paragone. L'occhio, pure adusato, non coglie un solo istante della sua corsa, che dunque - tale non può essere. Maledetti ranocchi della telecamera! Non potevate ritrarlo di "sghibiesso", disegnarne con gli occhi più sicuri della macchina la falcata che gli occhi umani non sapevano vedere?

Fortunato Pindaro che poteva cantare e volare. Io posso digrignare questi spropositi terreni ritmando una prosa sicuramente inficiata dall'enfasi cristiana (perché da antico berbero, ho detto, caccerei fuori il pugnale). Pero' stimo giusto esaltarmi. Perfino l'immortale Chronos ha rischiato l'infarto con tutti noi: e nemmeno il suo respiro ha potuto compiersi appieno: i balzi belluini hanno mortificato anche lui.

Costretto poi alla farsa della conferenza pubblica, il superuomo dagli occhi tondi e miti ha aggravato l'umiliazione di tutti autorizzandoci a sperare che uno scattista-folletto sappia scendere domani sotto i 9". È la finta umiltà di un eroe che conosce l'impudicizia. Non lasciatevi illudere da questo dubbio tentativo di snobbare un'impresa superumana: la sua.

Dopo i Mondiali di Roma, la mia ernia razziale aveva privilegiato lo stile di Carl Lewis. Faccio contrita ammenda. L'elegante Carl è un'antilope con diploma universitario; il travolgente Ben sta correndo nella "brousse" travestito da leobufalo, nuovissima belva di uno zoo che irride alla nostra pochezza di piedi piatti. Lui solo si può lasciar raggiungere, se vuole. Io posso respirare e sopravvivere a Seul soltanto gridando il mio smarrimento.

Conto i centisti neri al "via" della finale: sono otto. Non c'è neppure uno straccio di viso pallido. La grinta del colonnello Gheddafi, discendente di assidui popolatori delle Americhe, ha già tentato di rappaciare la sua coscienza di arabo con la cinica storia della schiavitù: ha predetto che i visi pallidi sono destinati a scomparire. In effetti, hanno già incominciato da questi blocchi di partenza. Abbiamo l'onestà di riconoscerlo.

Zio Tom poteva fare al massimo il bidello di asilo, il lustrascarpe. Ben Johnson inizia un ciclo umano come già fece per gli elleni - ho detto - Ercole semidio. Potessi stringergli la mano, penso che inghiottirei saliva balbettando. Ben Johnson coglierebbe la mia ammirazione sentendomi virilmente convinto della sua impresa. Poi, per salvarmi sul piano dialettico, lo taccerei ad arte di birbonaggine tattica: quel mordere a vuoto l'aria in semifinale, che tutti s'illudessero della impossibilità di un suo nuovo miracolo; quel fingere impaccio nel cambiar passo per rimediare almeno un terzo posto... A questo punto, lo vedessi ridere, sentirei che il leobufalo non usurpa il suo posto neanche nell'anagrafe civile.

E subito dopo andrei da Carl, da Christie e Calvin Smith guardando anche loro come eroi di un'epoca nuova. Il Tempo non ha maschere e mentire non potrei in nessun caso. Di tutti il più umano, in questa accolita mostruosa di scattisti, è stato il povero Stewart. Il mio occhio un po' sadico lo ha colto mentre la vertigine della corsa gli andava causando un cortocircuito nella coscia sinistra. L'omone ha ripetuto le smorfie delle farse malignazze, arrovesciando le labbra come usano i bipedi normali, vulnerabili per troppa presunzione. Le sue lunghe gambe si sono bloccate: l'inerzia lo ha costretto a vistosa zoppìa per non cadere. L'episodio mi ha riconciliato con la nostra natura di miseri omarini: tra tutti quegli Dei dello stadio, uno ha finito per ruzzolare giù dai costoni dell'Olimpo. Gli altri se li è portati in cielo una prodigiosa ventata per la quale - me pover'uomo - sono rimasto a lungo senza fiato.