Si parla molto in questo periodo di diritti
TV e di crisi delle società professionistiche.
Qui di seguito elenco una serie di articoli di Giorgio Tosatti, il quale
descrive in maniera molto lucida e schietta quali sono i mali del calcio
d'elite.
| Calcio e tv, è necessario costruire un nuovo rapporto |
Mancano appena quindici giorni all' inizio dei campionati di calcio e, per la
prima volta, non c' è la certezza che comincino. Otto squadre di serie A
(consorziatesi sotto la presidenza di Corioni) e diverse di B non hanno ancora
trovato l' accordo c on Stream e Telepiù per la cessione dei diritti
televisivi. La distanza fra richieste e offerte è enorme (oltre il doppio). I
club vorrebbero addirittura costituire una loro piattaforma, ipotesi in linea
teorica degna di sviluppo ma di ardua realizza zione pratica. Non basta
ritardare di 15-30 giorni i campionati per rendere operativo un progetto così
complesso (e costoso). In alto mare è anche la cessione dei diritti in chiaro
alla Rai, che offre la metà di quanto pagò l' anno scorso. A quel pre zzo la
Lega non venderà mai per non dequalificare il prodotto. Quei miliardi vanno
tutti girati alla serie B nel quadro dell' accordo di mutualità esistente.
Anche la serie C minaccia di non partire se non riscuote certi crediti (che la
Figc a sua vo lta attende da Coni, agenzie di scommesse eccetera). Tutti
pretendono di spuntarla, nessuno è disposto a cedere. Il ritardato inizio della
stagione aumenterebbe i problemi, non li risolverebbe. Basti pensare alle
possibili cause per danni delle emitt enti, degli abbonati (sia quelli che vanno
allo stadio, sia quelli televisivi), degli sponsor. Agli stipendi da pagare pur
non avendo entrate al botteghino e alla pay-tv. A squadre bloccate alla fine
della preparazione, scavando un baratro fra chi al meno gioca nelle coppe
europee e le altre. Ai mancati incassi del Toto e delle agenzie, con un
ulteriore colpo per le esauste finanze dello sport. Senza contare il danno
maggiore: la possibile disaffezione del pubblico, spinto verso altri divertiment
i. In realtà davanti a una crisi (mondiale) nei rapporti fra tv e sport
servirebbe un approccio innovativo al problema. Hanno ragione le emittenti
penalizzate dal calo della pubblicità e dalle schede contraffatte a chiedere di
rivedere i costi dei di ritti secondo rigorose leggi di mercato: pago in
proporzione a quanto incasso. Ha ragione chi trova assurdo sborsare circa dieci
miliardi per una partita della nazionale con una squadretta o versarne una
trentina alla Lega per una Coppa Italia in cui gli squadroni schierano le
riserve. Ma hanno ragione i club minori di serie A quando ritengono
sottovalutate le loro gare interne con le grandi: c' è troppa sproporzione tra
quanto incassano Juventus, Inter, Milan, Roma, Lazio e Parma per le loro 17
partite in casa e quanto tocca agli altri. Così è legittimo che la Lega si
domandi perché un campionato appassionante (conclusosi sempre all' ultima
giornata nei tre ultimi anni) perda di colpo metà del suo valore di mercato.
Nonostante il calcio (b asta vedere gli ascolti) rappresenti uno degli
spettacoli più graditi da chi paga il canone. Il CdA Rai espresso dall' attuale
maggioranza può correre il rischio sociale e politico di togliere il calcio in
chiaro alla gente? Magari deve esigere una t assativa difesa dei propri diritti.
In realtà l' intero sistema va rivisto, tenendo conto del momento economico e
della necessità di stabilire nuovi rapporti. Non ancorando il prezzo dei
diritti a valori fissi ma aumentandoli o diminuendoli a seconda degli ascolti,
della raccolta pubblicitaria eccetera. Una sorta di partecipazione al rischio d'
impresa fra emittenti e club. Se il Chievo passa da sconosciuta matricola al
ruolo di star deve averne un vantaggio. Se una grande va male e perde ascolt o
non può pretendere d' incassare tutto fino all' ultimo euro. Il futuro passa
attraverso accordi di questo tipo. Così la mutualità va accresciuta all'
interno della A e diminuita verso la B. Spostare questo torneo al sabato e
valorizzarlo è un passo importante se collegato a un progetto televisivo con la
Rai. Credo che la soluzione migliore sia prolungare i contratti per un anno
(garantendoli a tutti i club) e aprire subito un tavolo comune per ridisegnare
il rapporto calcio-tv della prossima s tagione e del futuro.
(tratto dal Corriere del 15 agosto)
| FOLLIE E FURBIZIE |
Le follie del calcio italiano (anzi di una sua parte) c' entrano poco con l'
attuale contesa sui diritti televisivi. Essa nasce da altri e ben precisi
motivi: 1) La crisi economica mondiale, con pesanti riflessi negativi su
pubblicità e sponsorizzazi oni. Di qui, un forte calo di risorse per le
emittenti televisive (specie criptate) costrette a ridurre i compensi per il
calcio e persino impossibilitate - in qualche caso - a rispettare i contratti.
Il problema riguarda molti Paesi; compresi quelli dove follie non se ne sono
fatte. 2) La contingenza ha reso più vistoso l' errore commesso da svariate
emittenti, troppo generose nella valutazione dei diritti calcistici. Generosità
dovuta sovente ad un calcolo: pago più di quanto dovrei, ma così m i assicuro
il predominio sul mercato e affosso i concorrenti. In alcuni casi il passivo
previsto è assai cresciuto per carenze tecnologiche: la facilità di
contraffazione ha provocato danni ingentissimi. 3) Sono le difficoltà delle
emittenti (alcune vicine a cessione o fallimento) a provocare una contrazione
dei prezzi sul mercato dei diritti. Non la ridotta attrattiva del prodotto, né
le follie dei clubs. Anche dove han amministrato saggiamente si verifica lo
stesso fenomeno (vedi Germania e In ghilterra). Se in Italia tutti i club si
fossero comportati come la Juve (sei bilanci consecutivi in attivo) e altre spa
assai ben gestite, la Rai avrebbe comunque ridotto di molto la sua offerta.
Evitiamo, quindi, di confondere un po' demagogicament e le questioni. Trovo
ragionevole che un' azienda - di fronte a un calo pubblicitario cospicuo -
voglia ridiscutere i termini di un accordo. Semmai c' è da domandarsi se la
riduzione del prezzo non sia eccessiva rispetto a quella delle risorse pubbli
citarie. Ma questo è un problema delle parti in causa. Sono sempre più
convinto che il rapporto calcio-tv vada ricostruito con contratti flessibili,
compensi legati alla raccolta pubblicitaria e all' «audience», divisione del
rischio d' impresa. Ring razio il ministro Gasparri per aver apprezzato la
proposta. Forse un accordo sperimentale per un anno potrebbe sbloccare la
situazione. Telepiù e Stream, pur mal ridotte, sarebbero disposte a confermare
l' esistente, ma otto club di A vogliono molto di più. Non è colpa delle due
emittenti se la A paga 200 miliardi di mutualità alla B. All' interno dei due
campionati le risorse son male distribuite, ma il problema è interno alla Lega,
non se ne possono incolpare Telepiù e Stream. Credo sia necess aria una sorta
di stati generali per affrontare le molte riforme di cui il calcio ha bisogno.
Non ci sono giustificazioni per eccessi e sperperi di troppi dirigenti, per la
lievitazione grottesca di prezzi e ingaggi, per la superficialità con cui si è
precipitati, come lemming, verso il disastro. Però non si può neppure
dimenticare che i dissipatori sono dei privati: hanno buttato soldi loro, fino,
come in qualche caso, a rovinarsi. Il maggior beneficiario della loro
dissennatezza è lo Stato, no n calciatori e tecnici. Sui circa 2.600 miliardi
di lire pagati per ingaggi (A, B e C), 1.300 vanno all' erario. Cui ne toccano
circa 190 come Iva sui contratti tv; 600 per concorsi e scommesse; un po' meno
di 200 per Irap e Irpeg; oltre 100 per Iva su sponsorizzazioni, merchandising e
altri introiti minori; circa 35 su abbonamenti e biglietti più l' Iva sui
trasferimenti dei calciatori. Il che sarà tecnicamente indiscutibile ma
disturba: perché si tratta di un individuo e non di una merce, perc hé la
legge lo considera un lavoratore dipendente. Insomma, le follie dei presidenti
portano alle casse statali circa 2.600 miliardi. Giusto invitare questi
spendaccioni a gestire meglio i loro club, ma senza dimenticare che rischiano in
proprio e da nno alla comunità (non solo in termini sociali) più di quanto
ricevono. Perché le tasse sul calcio in Italia sono superiori del 25 per cento
rispetto agli altri Paesi europei, cominciando dall' Inghilterra. Perché
conteggiando quanto lo sport italian o riceve e quanto dà allo Stato, è in
rosso di circa 5.000 miliardi annui. Perché negli ultimi 50 anni, secondo un
calcolo del Coni, il calcio ha dato all' erario ben 27.000 miliardi. Ha parecchi
torti, ma c' è una voluttà ingiustificata nel sottolin earli, dimenticando con
disinvoltura eccessiva meriti e crediti. Un fatto è certo: non può farcela da
solo, ha bisogno che il sistema venga ridisegnato con l' aiuto di tutti,
coniugando riforme e norme.
(tratto dal Corriere del 17 agosto)
| Calcio e tv, meglio cercare un accordo quest' anno e rivedere la mutualità in futuro |
Domani la Lega può anche ritardare l' inizio del campionato ma ciò non
servirà a risolvere i problemi legati ai contratti televisivi, anzi li
peggiorerà. Perché una simile decisione offre a Telepiù e Stream il destro
per non rispettare quelli in esse re o chiedere un risarcimento dei danni. Il
rinvio farebbe saltare un mese di prodotto in un periodo favorevolissimo
(settembre), vanificherebbe e bloccherebbe la campagna-abbonati delle emittenti.
Irrigidirebbe e rafforzerebbe le loro posizioni anzi ché ammorbidirle.
Irrealistica la possibilità di varare nel frattempo una nuova piattaforma per
trasmettere le partite delle otto società senza contratto. Tanto più che si
pretenderebbe di utilizzare la tecnologia e le strutture commerciali di Stream ,
grazie all' intervento dell' Authority. Ovvia la resistenza dell' emittente le
cui offerte vengono considerate insufficienti dalle otto. Fra pareri, dispute
legali, ricorsi, sentenze, appelli, eccetera passeranno molti mesi. Chi pensa di
farcela du rante il rinvio crede ancora a Babbo Natale. Se, poi, si entra nel
merito dell' operazione commerciale le otto consociate - secondo gli esperti -
andrebbero incontro a enormi rischi economici. Altro che accrescere i loro
introiti. In svariati Paesi s i è studiato a lungo la possibilità di varare un
canale su cui il calcio potesse vendere collettivamente il proprio prodotto.
Nessuna Lega l' ha ancora attuato. Quella scozzese aveva portato a compimento il
progetto: l' han fatto saltare i voti contr ari di Celtic e Glasgow Rangers.
Sembra utopistico realizzarlo in pochi giorni per sole otto società. Di questo
i presidenti, per quanto suggestionabili, debbono tener conto. Così non possono
ignorare l' oggettiva situazione di difficoltà in cui si t rovano Telepiù e
Stream. La prima travolta dal crollo di Vivendi oltre che dal suo bilancio in
rosso profondo, la seconda messa in vendita per il passivo accumulato e poi
salvata da Murdoch ma incerta sul futuro. Rileverà probabilmente Telepiù
divent ando l' unica emittente criptata operante in Italia, il che comporta
grossi problemi normativi e di mercato. Né l' una, né l' altra in questo
momento possono aggravare i loro bilanci in perdita, dando più soldi ai club
senza contratto. I quali han ri fiutato per altro una proposta (Telepiù) di
accordarsi sulle basi dell' anno scorso. Soluzione di buon senso lasciata
cadere. Le otto hanno ragione quando sostengono di prendere troppo poco rispetto
a Juve, Inter, Milan, Roma, Lazio e Parma. Ma ci si dimentica perché siamo
arrivati a questa situazione, di cui sono colpevoli club e Lega, non le
emittenti. Tutto andò bene fin quando il campionato fu venduto collettivamente,
ridistribuendo gli introiti in modo equo: un tot a ciascuna partecipante, una
somma secondo la classifica. Fu Sensi a far saltare il meccanismo ricorrendo
agli avvocati per sostenere un principio giusto: ogni club è proprietario dei
propri diritti televisivi ed è libero di venderli per conto suo, anziché
collettivamente. L e grandi si gettarono piene di entusiasmo (Giraudo e Galliani
in testa) nella breccia aperta da Sensi. Così si stabilì di vendere tutti
insieme i diritti in chiaro (ma se una sola società si oppone l' accordo salta)
e di commerciare singolarmente que lli criptati. Anziché opporsi, i club
medio-piccoli accettarono perché ottennero una garanzia di duecento miliardi a
stagione (vendita dei diritti in chiaro, quota Toto ed altro) per la B.
Preferirono assicurarsi dieci miliardi a testa di assistenza (molti di loro
bordeggiano fra i due campionati) in caso di retrocessione o permanenza nel
torneo cadetto. Avrebbero dovuto pretendere che i diritti televisivi della A
venissero divisi come in Inghilterra (metà fra tutti, metà a classifica)
lasciando poco alla B. Hanno di fatto danneggiato le medio-piccole di A,
favorendo la B. Una loro scelta (per cui si son battuti alcuni dei presidenti
oggi consociati) di cui si son giovate le grandi, naturalmente più appetite
dalle emittenti perché portano a bbonati. Grottesco che Sensi sia oggi il
paladino di chi paga la fine della vendita collettiva. Il cui ritorno è l'
unica chiave di salvezza (come si sta verificando anche all' estero) e può
diventare la base per una piattaforma televisiva della Lega , quando nel 2005
finiranno i contratti individuali in essere. I club pretendono di far pagare
alle emittenti una loro scelta infelice che ha premiato le grandi e le società
di B, penalizzando quelle medie di A. Non sarebbe più semplice cercare un ac
cordo sensato per quest' anno e rivedere la mutualità interna per le prossime
stagioni? Il calcio deve imparare a risolvere le proprie questioni senza
scaricare eccessi ed errori su altri. Così chi ha responsabilità pubbliche o
private in settori che ne vogliono acquistare il prodotto, facciano i loro
interessi ma senza mascherarli da lezioni morali. Diversa la partita sul fronte
dei diritti in chiaro. Mi sembra si sottovaluti l' impatto sociale e soprattutto
politico della vicenda. Con un presi dente del Consiglio proprietario del Milan
e di Mediaset, con un presidente di Lega amministratore del club rossonero, il
governo può rischiare che il campionato non parta e gli abbonati alla Rai non
possano vederlo, per la prima volta nella storia d el Paese? Può lasciare un
simile argomento polemico all' opposizione? Non mi sembra impossibile coniugare
esigenze aziendali e buon senso. Stupisce il silenzio sulla vicenda del ministro
Urbani, preposto allo Sport. Forse (se proprio manca il tempo p er un accordo)
sarebbe utile un piccolo rinvio. Magari cominciando dopo la nazionale, partendo
da mercoledì 11. Il danno sarebbe minimo.
(tratto dal Corriere del 19 agosto)
| UNA SOLUZIONE DI RIGORE |
Finite le vacanze cominciava il campionato. Un amico, una passione, un
divertimento, una curiosità, qualcosa di cui parlare, una tradizione entrata
nella pelle del Paese. Per la prima volta è a rischio. Non si sa quando
comincerà, se il primo settemb re come stabilito, o mercoledì 11, o dopo
ancora. Non si sa se la gente potrà continuare a vederlo in tv, perché fra chi
compra (la Rai) e chi vende (la Lega di A e B) le distanze sono enormi. Oggi la
Lega si riunirà per decidere data e strategia. In tanto la vicenda diventa un
caso politico di grande impatto popolare. L' opposizione accusa la Rai di voler
favorire Mediaset. Proprio per evitare questo sospetto un anno fa Letta convinse
Zaccaria a pagare 172 miliardi per i diritti televisivi (circ a 23 meno dell'
anno precedente). Sarebbe stato molto negativo se, in coincidenza con l' arrivo
del governo Berlusconi, l' ente pubblico non avesse comprato uno degli
spettacoli più graditi dai suoi abbonati. Adesso la situazione si ripete. La
Rai ha addirittura dimezzato l' offerta di allora, e il governo si trova in
difficoltà. L' opposizione si fa paladina degli italiani che non possono
pagarsi il calcio in pay-tv e ne sarebbero privati. Mediaset non si sostituirà
alla Rai. Si dice: ricavereb be comunque un vantaggio se questa rinunciasse al
calcio; gli ascolti della sua concorrente calerebbero. Ma il vero nodo sono i
diritti criptati, non quelli in chiaro. Atalanta, Brescia, Chievo, Como, Empoli,
Modena, Perugia e Piacenza si sono consoc iate e vogliono un contratto eguale
per tutte dalle esangui Telepiù e Stream. In caso contrario il campionato di A
non parte. L' offerta è di 4,5 milioni di euro, la richiesta è di 10. Vorrei
avanzare una timida proposta di compromesso: 1)La Lega non può pretendere di
appioppare alla Rai una coppa Italia snobbata dagli stessi club (vi schierano le
riserve). Non può esigere i soldi di un anno fa per il campionato se riduce da
7 a 5 le partite domenicali con inizio alle ore 15, né se sposta la B a l
sabato con inizio alle 20.30. Offrire alla Rai un nuovo prodotto come la B
anticipata ha un valore commerciale, ma solo se si svolge in un orario
televisivamente sfruttabile. Così se la Lega pensa di spostare alle 18 (una al
sabato, una alla domeni ca), due partite di A favorisce le criptate ma danneggia
la Rai. Il cui diritto di diminuire l' offerta - vista la crisi delle aziende
televisive ed il calo pubblicitario - è sacrosanto. Ma dimezzarla significa
costringere la controparte alla rottura per non deprezzare il prodotto. Penso si
arrivi ad un logico compromesso. Sarebbe utile un accordo flessibile, con minimo
e massimo. Legandoli agli ascolti e alla raccolta pubblicitaria (nel 2003
dovrebbe crescere). 2) L' idea delle otto consociate di varare in un mese (o
poco più) una piattaforma televisiva per vendere le loro gare interne è pura
utopia. Considerando la situazione di Telepiù e Stream neppure la loro
richiesta economica è realistica. Non han torto però quando dicono: con noi si
ete avari, alle grandi aumentate anche quest' anno in modo notevole i compensi.
Nel criptato le differenze d' introiti fra Juve, Milan, Inter, Roma, Lazio,
Parma e le altre è abissale. Ma non prendono nulla dalla cessione dei diritti
in chiaro, dal T oto e da altre voci destinate alla mutualità. La B fa la parte
del leone in proposito. Non v' è dubbio che l' accordo interno del ' 99 sia da
rivedere: la B prende troppo, le medio-piccole di A troppo poco. In attesa di un
nuovo accordo, le grandi po trebbero con un gesto di liberalità, una tantum,
rinunciare a parte della quota (18%) loro spettante sui diritti televisivi delle
partite giocate sul campo di chi ha contratti molto modesti. Uno sforzo delle
emittenti, la ridistribuzione di 1,5/2 mil iardi da parte delle grandi, la
rinuncia delle otto a compensi impossibili e forse il campionato potrebbe
avviarsi.
(tratto dal Corriere del 20 agosto)
| Se in fuorigioco finisce il senso del pudore |
Né terremoti né alluvioni né altre calamità naturali hanno sconvolto i
campi di calcio. Non c' è stato neppure un vistoso calo nella
commercializzazione del prodotto, com' è capitato alle auto e alla Fiat. Eppure
il calcio chiede lo stato di crisi: i l governo, ohibò, se ne faccia carico.
Non si sa se ridere o piangere. Possibile che un gruppo significativo d'
imprenditori e manager non colga il ridicolo di una simile richiesta? Non
intuisca quanto possa ferire l' opinione pubblica, la sensibilit à di chi
fatica a sopravvivere e vede pianger miseria un settore dove l' ultimo degli
addetti guadagna cifre inimmaginabili per il resto della popolazione? Odio la
demagogia ed i facili moralismi, credo al mercato, alla legge della domanda e
dell' of ferta. Non mi scandalizzo se una star accumula miliardi come
noccioline: evidentemente dà emozioni per cui il pubblico è felice di
ripagarla. Ma a tutto c' è un limite e la Lega calcio l' ha spudoratamente
superato. Se un' azienda o un gruppo di azie nde non sanno amministrarsi,
dissipano enormi risorse per farsi concorrenza, spendono per i dipendenti più
di quanto incassino, non pagano le tasse, s' indebitano per circa 1.800 miliardi
di lire, che c' entra lo stato di crisi? ERARIO - Perché il go verno dovrebbe
riconoscerlo, sottraendo mezzi a settori veramente in difficoltà per cause
esterne e non per loro colpa? Il calcio, come ho scritto più volte, merita
aiuto sia per quanto versa all' Erario (2.600 miliardi circa nell' ultima
stagione), sia per la funzione economica e sociale che svolge. Non è giusto,
per esempio, che sia tassato il 25% in più che negli altri Paesi europei né
che Coni e Federazioni aspettino ancora le risorse promesse. Non è
irragionevole chiedere una rateizzazione dei debiti fiscali. Né voler ripianare
i debiti nel tempo con l' aiuto di banche e del Credito sportivo, disponibile a
studiare il problema. Ciò ha un senso, lo stato di crisi no: è una barzelletta
di cattivo gusto. Lo si applica a chi non ha più mar gini operativi, deve
tagliare posti di lavoro, non può andare avanti senza nuove risorse. Nel calcio
c' è un simile spreco da poter ridurre i debiti con la falce: chi non lo fa,
almeno eviti di comportarsi da alluvionato. Eppoi come si può considerar e in
crisi un settore dove ci sono parecchi club con i bilanci in attivo da anni?
Evidentemente si può essere competitivi e guadagnare. Né basta la quasi sicura
diminuzione degli introiti televisivi per la prossima stagione a incidere in
modo drammat ico sul debito. D' altra parte essi raddoppiarono nel ' 96/' 97 in
virtù del decreto Dini, fatto per favorire Cecchi Gori, le cui offerte
sballarono il mercato. Poi sono follemente cresciuti quelli del criptato perché
Telepiù e Stream han puntato sul calcio per costituirsi un' ampia clientela.
Per questo han pagato il prodotto più di quanto valesse: operazione disastrosa.
I diritti in chiaro (Rai) sono andati sempre calando dopo il picco del ' 98/'
99. Da oltre un anno tutti sanno come i diritti televisivi legati al calcio ed
allo sport siano ovunque in ribasso. L' attuale situazione era ampiamente
prevista, eppure i club ora senza contratto han rifiutato dalle pay-tv i soldi
di un anno fa, chiedendo molto di più. CONTRATTI TV - L' assemble a della Lega
non ha risolto nulla per quanto riguarda i contratti televisivi. Rinvio (senza
altre dichiarazioni) della serie A e della serie B al 14/15 settembre. Richiesta
alla federazione di riaprire il mercato dal 15 al 31 ottobre: in spregio alle
norme Fifa, agli accordi con gli altri Paesi europei, alla decisione di varare
un unico periodo di mercato e di contenere i costi. Non credo che Carraro voglia
giocarsi la faccia permettendolo. Inoltre Galliani ha presentato un calendario
relativo a lla prima giornata di campionato (in realtà la seconda) fatto
apposta per rompere con la Rai. Sabato 14: ore 18, Como-Empoli (travolgente
debutto); ore 20.30, Modena-Milan. Da stabilire gli orari delle due squadre
impegnate martedì in Champions Leagu e: Bologna-Roma o Inter-Torino o
Juve-Atalanta. Domenica: ore 15, Lazio-Chievo, Udinese-Parma e la superstite
gara di Champions League. Ore 18, Perugia-Reggina; ore 20.30, Brescia-Piacenza.
Dimenticavo, la B gioca il sabato alle 20.30. Ovvio che l' e nte pubblico non
possa comprare (al prezzo di un anno fa, secondo la Lega!) diritti non
utilizzabili in modo proficuo. Mentre si favoleggia di nuove piattaforme
(impossibili in tempi brevi) s' insinua il sospetto che da diverse parti si
cerchi di san cire la fine del calcio in chiaro, per vendere tutto - magari fra
un anno - a Murdoch.
(tratto dal Corriere del 21 agosto)
| Gli otto club senza contratto tv ammettano gli errori e scelgano una linea |
Nell' ultima assemblea di Lega dieci club di A (quelli col contratto
televisivo) volevano iniziare il campionato il primo settembre. Gli otto senza
contratto chiedevano di partire il 29. Il compromesso raggiunto (partenza il 15)
veniva votato all' un animità e rappresentava un accordo definitivo. I votanti
sapevano che non ci sarebbero state altre dilazioni, pena conseguenze negative
(cause per danni, ricorsi degli abbonati, ecc.) traumatiche. Di fronte a certe
dichiarazioni su ulteriori slittame nti, ha fatto bene Galliani a ricordare il
rispetto dei patti. Chi dovesse venir meno all' impegno unanime e rifiutarsi di
giocare perderà le partite per 3-0. Ho ben presenti le difficoltà di Atalanta
Brescia Piacenza Chievo Perugia Modena Como ed Em poli che rifiutano l' offerta
(4,5 milioni di euro) per la cessione dei diritti criptati, avendone chiesti 10
a testa. Per aiutarle ho proposto un sacrificio «una tantum» delle grandi.
Quando Juve, Inter, Milan, Rona, Lazio, Parma giocano in casa del le otto
dovrebbero rinunciare ad una quota del 18% che gli spetta sui diritti criptati.
L' idea, evidentemente, è piaciuta. Se ne sono appropriati in diversi su vari
giornali. Uno, coniugando tifo e cortigianeria, l' ha attribuita a Sensi. Non
sono g eloso: la faccia pure sua se serve. La comprensione per le otto è
doverosa, ma è doveroso anche valutare se esse siano vittime di un meccanismo
ingiusto e punitivo per i club medio-piccoli e scontato errori commessi. Vediamo
di fare chiarezza. Due me si fa viene proposto a Perugia (14 miliardi di lire);
Atalanta (16,2); Brescia (16,2); Chievo (14,5) e Piacenza (13) di rinnovare il
contratto criptato della scorsa stagione alle stesse condizioni. Fra parentesi
le cifre percepite. Cui bisogna aggiun gere un cospicuo gruzzolo relativo al 18%
delle partite esterne specie quelle in casa dei grandi club. Considerando la
crisi delle televisioni in tutto il mondo e quella - drammatica - delle
emittenti criptate in Italia, l' occasione andrebbe colta a l volo. Ma Corioni,
Gaucci, Campedelli, Ruggeri e Garzilli si sono lasciati convincere da Bendoni:
consociandosi con altri club è possibile ottenere ottenere molto di più dalle
emittenti. Entrano nell' accordo le neopromosse Como, Modena ed Empoli il cui
valore televisivo è molto modesto, a causa dello scarso bacino d' utenza.
Dentro anche tre club di B: Verona, Vicenza e Venezia. Il ragionamento di
Bendoni è logico: «Abbiamo un grosso mercato di partite internazionali, le
trasferte delle grandi su ben otto campi. Come fanno le emittenti a rinunciarvi?».
Bendoni lavora per Sensi, deciso a diventare presidente della Lega. Questo
gruppo di club diventa la sua base elettorale e Sensi ne sposa la causa. I
componenti del consorzio hanno diverso valore commerciale: per impedire che
qualcuno tradisca, ci s' impegna a pagare (in caso di accordo per conto proprio)
una pena, e di ben 8 miliardi. Nessuno in Lega si domanda se un simile cartello
sia compatibile con la libera concorrenza, non penal izzi chi ne è fuori e non
rappresenti una limitazione della Lega stessa. L' operazione non dà i risultati
previsti perché la crisi di Telepiù si aggrava col crollo di Vivendi. Passa da
acquirente di Stream a possibile acquisto dell' emittente romana, ormai di
Murdoch e Tronchetti Provera. Anzi il suo valore cala in poco tempo da 3000 a
2200 miliardi di lire, il prezzo cui la rileverà l' editore australiano. Il
quale è assai meno generoso dei vecchi amministratori di Stream. Così le otto
si trova no in mano un' offerta misera (4,5 milioni di euro). Han ragione di
lamentarsi ma da imprenditori, quali sono, debbono almeno riconoscere un
gravissimo errore: non aver capito che le condizioni del mercato televisivo
sconsigliavano di forzare la mano . Ora Bendoni, lavora, vista la mala parata,
ad una piattaforma con cui vendere le partite delle otto e - in futuro - forse
quelle dell' intera Lega. Nutro dubbi sulla realizzabilità, specie in tempi
brevi, del progetto ma considero utile studiarlo. Mi darei tempi più lunghi.
Trovo irrealistico che Stream possa cedere senza combattere le proprie strutture
ed ho perplessità sul conto economico finale. Ma il punto è un altro. O le
otto si battono (con l' aiuto di tutti) per ottenere contratti migl iori per
questa stagione (preparando la loro piattaforma per il prossimo anno) o
scommettono sulla possibilità di fare subito per conto loro. Stabilendo
rapporti chiari con le emittenti, non compromettendo il finanziamento della B
(cui vanno in prati ca i diritti in chiaro), non ricattando le altre dieci e la
Lega con le loro imposizioni, non riducendo il campionato ad un indegno
spezzatino. Toro e Reggina hanno accettato le offerte che Corioni e compagni
hanno rifiutato. Se si sbaglia perché deb bono pagare gli altri? Certo la
mutualità va rivista. Quando Sensi vinse la battaglia sulla cessione oggettiva
dei diritti televisivi (prima li vendeva collettivamente la Lega) si votò all'
unanimità una delibera concedendo 200 miliardi di compenso a lla B. Lo volevano
soprattutto i presidenti abituati ad oscillare fra i due campionati. È questo
il peccato originale da cui dipendono i problemi delle società medio-piccole di
A. Nel ' 99 fra i votanti entusiasti c' erano Ruggeri, Corioni e Campedel li le
cui squadre giocavano in B.
(tratto dal Corriere del 26 agosto)