Considero un onore
squisito questo di mettermi alla testa dell'ideale armata di fumatori che le rudezze di
una legge conformista bigotta e crudele stanno per conculcare, affliggere e disgustare
fino all'irriducibile dispetto. Sapeva chi mi ha comandato che ero e sono in possesso di
ogni requisito.
Sicuramente ho vissuto una delle mie infinite esistenze scoprendo il rito del fumo presso
una vigorosa tribù di indiani del Nord America. Il calumet era considerato sacro come la
soave estasi che ti coglieva affumicando le mucose della bocca e le papille con le ardue
succhiate di aria carica di erba bruciata.
Un francese ficcanaso scopre e da' il suo nome a una sostanza di cui avvertiamo soltanto
l'efficacia: la nicotina. Ha sicure virtù curative. Conferisce briosa leggerezza nei casi
in cui si riesca a sopportarla: sveglia la mente sprona l'intelligenza. Se ancora non sei
pronto a dominarla, neanche la puoi godere, come è logico. È una sottile sbornia che ti
assale e intontisce con nausee ricorrenti. Madama nicotina si conquista come qualsiasi
bella donna, come qualsiasi bevanda prelibata. Nulla riesce facile che veramente giovi:
nemmeno la poesia, non dico la matematica, la filosofia, la musica.
Monsieur Nicot è il prezioso notaio di un vizio impalpabile e fino. Cosa avviene nel
sangue di un uomo come il respiro vi porta l'ossigeno? Avviene che l'emoglobina si carica
di ossigeno e diventa ossi-emoglobina: il sangue arterioso porta quella manna ai tessuti.
E che avviene se l'aria entra nei polmoni già arricchita degli azzurri sbuffi del fumo di
sigaretta? Chimicamente si induce che abbia luogo qualcosa di importante. La chimica è
troppo bambina, e cosi' la biochimica, per individuare le sottili delizie che si scatenano
o semplicemente si determinano nell'ossi-emoglobina pronta a venir prodigata in circolo
con l'additivo del fumo
.
Qui si inseguono ineffabili fantasmi. La mente se ne popola irrorandosi di fantasie
sublimi, stranamente propizia la poesia. Un vivace anelito aspira al mio calumet
giornaliero con la vita.
Il primo fiammifero è sacro come il fuoco tratto dal tempio di Vesta. Per evitare
sacrilegi mi servirò da ora innanzi della cicca. Non so quante sigarette mi illuminano la
via dei giornali.
Me ne portano otto-nove ogni mattina. Poi mi si impone la pausa della doccia. Si avvicina
il pranzo. Se riesce lungo, la sigaretta ne ritma i tempi secondo pause insigni,
riaccensioni sagge del misterioso focherello che arde nel sangue con l'ossi-emoglobina.
Capita sempre che si offenda un cuoco. Mi scuso lusingandolo: la patina del fumo serve da
intercapedine fra il mio gusto troppo intenso e la sua arte troppo sopraffina. E piü non
dimandare.
Se il cuoco è un famigliare, la giustificazione è prontissima inconfutabile santa: e chi
ti dice che non sia proprio la sigaretta il pretesto per una sana e indispensabile
ginnastica polmonare? Si tace sugli stimoli mentali. Quelli, io so tenermeli segreti. La
sigaretta mi arde tra le dita come una fede. E non si offende mai
..
Più anni in giro per il mondo a battere furioso polpastrelli su atleti
medio-proporzionali tra gli arrotini e le aquile. I riti dell'arsione sigarettizia sono i
più spicci, quasi automatici. Almeno cento ossessi gomito a gomito spremono affaticate e
spesso corrose meningi. Quando le circonvoluzioni non ricevono sufficienti irrorate di
sangue, i polpastrelli in angoscia cercano diversivi. La prima risorsa è offerta da
sorella sigaretta. Si prende dal pacchetto, si accende il fiammifero, si incendia il
tabacco e intanto si aspira come per una liberazione profonda (oh yes). Gli occhi
apprensivi si volgono a sogguardare se gli altri I cani, I nemici si siano
accorti della panne, cioè della sospesa irrorazione sanguigna. Pensino quel che vogliono.
L'ultima cartella verrà. Le idee e gli argomenti ci sono: deve solo riattecchire il
motore. Il fumo disegna volute che paiono segnali. La nicotina trae il suo elegante
frustino di sadica e sferza le meningi: ecco riapparire pieno gremito lo schermo della
fantasia. I polpastrelli fremono. I tasti cantano ticchettando. Il tuo epos di poveri si
va ripopolando di eroi. Dell'umile e prodigiosa droga bruciata in un istante non ricordi
nemmeno.
Viene anche il tempo in cui la fuliggine si addensa sulle pareti dei bronchi come succede
nei camini a fuoco di legna o di carbone. Allora ti avventuri nella potente foresta dei
sigari. Sono autentiche sequoia in miniatura. Abbi cura di incendiare la pelletica
d'intorno, se non brucia. Il Toscano è un vulcanetto tascabile, di quelli che eruttano
fuoco alla minima scossa. Il magma lavico si sublima in spire da consiglio di guerra
aperto a tutti i guerrieri di un popolo, non di una sola tribù. Le spire azzurre e calde
invadono la bocca e aggrediscono le mucose come un fiato demoniaco. Anche il sigaro va
conquistato. È una goduria greve e forte, del tutto priva di frivole moine. La bocca si
riveste di una gromma rugginosa sulla quale, sfregato, si accenderebbe anche un fiammifero
di legno. Il vantaggio pratico è dato dal fatto che il fumo della boccata non si manda
nei polmoni, resta in bocca: al più, si espelle dal naso. Se reggi alle fiammate di
quell'inferno, puoi chiamarti beato, ma può succedere che, a digiuno, ti si accartocci lo
stomaco, ti vengano gli stranguglioni come agli allocchi inciucchiti per sfregio dalla
cicca ficcatagli nel becco.
Resta la pipa, che ci riporta dritti agli indiani. Di mezzo ci si sono messi gli inglesi,
che hanno inventato tutto, anche il succhiare fumo da un fornello di radica. La pipa esige
calma interiore livello filosofico, sublime pacatezza dell'anima. Le sue delizie sono
infinite e non tutti vi possono accedere senza adeguate risorse religiose. Bisogna
conquistare anche quel fumo ormai sapiente da secoli.
Non ho più spazio per esaltare degnamente un fenomeno di così alta civiltà. Io vi ho
solo accennato ai piaceri che ci vengono dal fumo reale di foglie accese dopo preparazioni
e conce di anni. Sono rimasto al rito plebeo e svelto della sigaretta, misteriosa nelle
sue aggiunte all'ossi-emoglobina. Ora, che il conformismo degli igienisti ci gabelli per
santa una crociata di spegnimoccoli mi disturba fino all'orrore, non solo al dispetto.
Sono anche sdegnato che il piacere degli altri si guardi sempre con l'astiosa invidia di
un fratacchioncello magro e denutrito che piacere non può né deve avere. Allora, sapete,
io dico: peggio per lui e per tutti quelli che somigliano a lui. Io intendo fumare fino
all'ultimo fiato. Poi, che si arrangi la mia emoglobina. Vivere senza fumo sarebbe come
dormire senza sogni.
Gianni Brera
La repubblica 31/10/92 |
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