MA DOPO AVER VINTO E COSTRUITO FONI DIVENTO' CT DEL CONFORMISMO
Repubblica — 30 gennaio 1985 pagina 25 sezione: SPORT
VITTORIO POZZO lanciò Foni e Rava nella nazionale olimpica 1936, quasi tutta
costituita di ex studenti. Poi li ripescò per i mondiali 1938: ma in partenza
Foni aveva dovuto lasciare il posto a Monzeglio, che aveva battuta lunga e passo
anche più lento. Foni entrò solo al secondo turno, dopo che di riffe e di raffe
era stata eliminata la Norvegia. La quale faceva già WM, e Pozzo non sapeva
proprio come cavarsela contro dei satanassi che marcavano a uomo. Il buco era
dalla parte di Serantoni, laterale destro: saltato lui, l' ala sinistra
norvegese Brustad si affrettava verso l' area, dalla quale, esitando, gli veniva
incontro il tardigrado Monzeglio. Fu un mezzo disastro, accentuato dalle
pernacchie dei fuoriusciti antifascisti. Allora Pozzo sfidò le ire dei
mussolinidi escludendo Monzeglio, che non ci voleva stare, e per l' appunto
rivendicava i propri meriti calcistici e no. Anche il gen. Vaccaro, presidente
federale, rischiò grosso: avessero perduto i mondiali, lui e Pozzo sarebbero
stati eliminati con infamia: Monzeglio allenava al tennis il ducione ed i suoi
figli. Foni giocava onestamente bene, qualche volta di agilità: la sua battuta
destra era lunga e forte. I rischi del primo tackle li correva Piero Rava, che
aveva pure la battuta di un 149 da campagna. Foni incominciò ad allenare nel
dopoguerra dimostrando senso del dovere e nessun genio innovatore. Giunto all'
Inter, vi trovò una situazione da rettificare d' urgenza sul piano tattico. L'
Inter aveva acquistato Ivano Blason dalla Triestina considerandolo terzino d'
ala e non d' area: persisteva la confusione fra W e WM: tale confusione era
dovuta alla crassa ignoranza di quasi tutti in materia di moduli. Blason era
secondo terzino d' area nella Triestina di Rocco e finì sull' ala nella Inter di
Olivieri. In Triestina era un obice; nell' Inter avrebbe dovuto servire da
mitragliera. Fece fiasco lui e fece fiasco l' Inter, come era fatale. Solo un
paio di volte Blason si era potuto accentrare a far l' obice con sua grande
soddisfazione. Nemmeno Pozzo aveva capito che non era e non poteva essere
mitragliera da 20 mm. Non sono certo che il primo a usare l' ala destra Armano
come aiuto difensore sull' out sia stato Olivieri; qualche cronista accenna a
Giulio Cappelli. E' sicuro invece che Foni afferrò subito l' impellenza della
svolta tattica: richiamò l' ala destra Armano sull' ala sinistra avversaria e
liberò il poderosissimo Blason alle spalle dello stopper Giovannini. Questo si
chiamava a quel tempo catenaccio secondo l' invenzione verbale di Rappan, un
viennese che allenava la Svizzera. L' Italia calcistica era allora sprovveduta
anzi stupida in misura inimmaginabile, e per giunta divisa in testate e fazioni
tifose. L' Inter allenata da Foni subiva imperterrita gli assalti della Juve e
del Milan, che erano ancora le più forti sulla carta. Dalla difesa giungevano
rilanci o disimpegni che facevano partire le agili punte in contropiede. Il
calcio dell' Inter era asciutto e avaro in proporzione diretta alla praticità. A
Torino, Bologna e Milano (parte meteca) digrignavano rabbia a veder giocare in
modo così inconsueto. L' Inter vinse il campionato per dispetto. Gli esteti e i
napoletani tuonarono e digrignarono contro il non-gioco. Foni rise di tutti e
Blason anche. Prese avvio il campionato 1953-54 e l' Inter tornò ad indignare
tutti con i suoi micragnosi ma utili 1-0. Finì che il lomellino Masseroni, uomo
di animo mite, chiamò Foni e gli disse: "Non faccia più catenaccio". Sembrerà
incredibile ma proprio questo avvenne: che l' Inter abbandonò il modulo
tradizionale degli italiani (non se lo ricordava quasi nessuno) per tornare al
WM e non perse il campionato solo perchè ebbe la fortuna di trovare Vincenzi,
grandissimo campione. Foni non seppe dire al buon Masseroni che era pura follia.
E così rovinò anche la Nazionale dei Mondiali 1954. Zio Lajos Czeizler non volle
saperne di tornare al libero: il catenaccio veniva agitato quale un vero e
proprio diabbolo (magari anche pensando alle tirature della "Gazzetta"). Il
vituperato catenaccio svizzero mise due volte sotto l' Italia tornata al WM
inglese. Ben disposta, quella squadra azzurra poteva arrivare alle semifinali
(non oltre): guidata a capocchia, se ne tornò scornata. Qui entrò in campo Foni
Ct della Nazionale: ma neppure lui osò assumere atteggiamenti ispirati al senso
pratico. La polemica infuriava: chi soltanto accennasse al catenaccio veniva
bollato di infamia: e dire che non si trattava d' altro che di usare due terzini
centrali d' area! Il solo quotidiano che sostenesse questo indirizzo pratico era
adesso il "Giorno"; il solo periodico, il "Guerin Sportivo". Tutto il resto
dell' alfabetume sportivo inneggiava al gioco "aperto". Ogni cretinissimo
resoconto televisivo iniziava con le fatidiche parole: "Senza ricorrere a
particolari accorgimenti tattici". Roba da scompisciarsi o da piangere (a
scelta). Da brav' uomo conformista, Foni si attenne alla maggioranza, e la
Nazionale "bicampeao do mundo" rimase a casa dai Mondiali 1958. Le sarebbe
bastato pareggiare a Belfast. Giocò con quattro punte, per giunta d'
importazione sudamericana, e Foni amaramente capitolò. Ripensandoci ora, si
rimane increduli. Ma chiunque conosca le nostre istorie sa che est semper
aliquid stultum in rebus italicorum. In sostanza, Foni non ebbe più della
responsabilità di esser finito sugli scogli con una corazzata costretta a
manovrare secondo il più vieto conformismo. Non lui propriamente comandava, ma
una canea di stolidi ignoranti. La sua vera colpa era semmai di averlo sempre
saputo e non aver fatto nulla per evitare tanta iattura. Come dice Trilussa di
quel vecchio che sui merli del castello non vedeva affatto il fantasma visto da
tutti: "se mise pure lui a pecorone". Ecco, per onestà critico-storica, questo
dovevo dire e ho detto. Caro vecchio Foni, grazie di tutte le emozioni che ci
hai dato, grazie anche di aver consentito, da uomo onesto e saggio, di ribadire
una verità utile al nostro sport. Riposa in pace. - di GIANNI BRERA