NEL DOLORE IL CALCIO CAMBIO'
Repubblica — 04 maggio 1989 pagina 35 sezione: SPORT
LA STORIA attiva e passiva d' Italia è piena di date orrende: questa del 4
maggio 1949 riguarda lo sport e deve considerarsi una macabra tragedia, non
immune come tutte le nostre vere tragedie da un mortificante grottesco. A
Superga è perito il Torino, che giustamente venne poi ricordato come grande. Era
importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi,
Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle
mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta. Il Torino aveva scremato il
vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il
C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata,
sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del
Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati
alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da
maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri. Gli appunti di
Egri Erbstein Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio
torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino
granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell' esenzione dal servizio
militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a
Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il
campionato del ' 44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino...
Ferruccio Novo aveva assunto prima delle inique leggi razziali l' ungherese
israelita Egri Erbstein, intelligente come pochi e come pochissimi informato di
calcio. Erbstein era stato nascosto da Novo con tutta la sua famiglia. Alla fine
del conflitto, il tecnico tornò fuori e trovò di avere a disposizione il meglio
della pedata italica. Per quanto riguarda il modulo, il Torino applicava un
tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all'
avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in
fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore
pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi
appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di
professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci
anch' io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo
prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei
medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio
italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però
lo vidi beccare 6-2 dall' Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva
guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il
metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo,
improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano
conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente
perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla.
Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un
clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui i granata di Erbstein
avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio,
proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo.
Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una
delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti
internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l'
impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva
subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ' 48, proprio a Torino, e che gli
stessi inglesi non irresistibili avevano perso 0-1 con gli USA due anni dopo ai
mondiali brasiliani. Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che
finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le
circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo
Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega
capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la
partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato
dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione
che il Torino pareggi l' incontro decisivo di San Siro con l' Inter, che insegue
a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta
a nome di tutti. L' incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione.
Può dunque prepararsi per l' involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene
considerata alla stregua d' una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici
Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore
di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del
Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla
fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più
vecchio e famoso. L' amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira)
finisce 1-0 per il Benfica. La comitiva torinese si affretta a raggiungere l'
aeroporto dove l' attende, pronto all' involo, il Charter G 212. Tutti i gitanti
sono pieni di doni per familiari ed amici. La rotta del G 212 è stabilita da
tempo: l' atterraggio è previsto per l' aeroporto internazionale della Malpensa,
nei pressi di Milano: qui aspetta, come stabilito, il pullman sociale chiamato
Conte Rosso... Come è già accaduto qualche altra volta, l' aereo dribbla la
Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare,
inatteso, a Torino. Il cielo è coperto. Sono le ore 17,05. Il G 212 s' immerge
sobbalzando in una gran nube che sovrasta le colline torinesi. Pochi istanti
trascorrono ricorda la mia Storia critica del calcio italiano ed è un orribile
schianto. Tradito dagli strumenti di bordo, il pilota non si accorge di volare
diritto contro la scarpata della Basilica di Superga. Nell' urto immane, l'
aereo esplode come una bomba. Ai primi soccorritori si presenta uno spettacolo
orripilante. Membra umane sono sparse all' intorno con i resti sconciati dell'
apparecchio. Identificare i cadaveri è quasi impossibile. Il solo impavido
Vittorio Pozzo ha cuore di prendersi questo compito pietoso e orrendo. Una
generazione decapitata Di colpo la notizia della sciagura si abbatte sull'
Italia e sul mondo. Per tutti è cordoglio e pena. Non era mai accaduto che un'
intera squadra perisse a quel tragico modo. Il bilancio è terribile. La città di
Torino e l' Italia perdono diciotto fra i migliori atleti che vantasse il nostro
calcio. Il vuoto appare subito incolmabile. Un' intera generazione viene
decapitata... Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli
italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio
sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di
valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d' ala Ballarin e
Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar,
Martelli e Loick, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già
nazionale di Francia Bongiorni. Il lutto è atroce. La tragedia ci appare come
una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall' Italia. Poi, com' è
fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha
consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i
sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di
droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati
alla Malpensa. Ahimé, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss' anche
ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la
desolazione. Ma intanto quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l'
acerbo rimpianto non ha fine. - di GIANNI BRERA