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Doping, mentre crescono le denunce degli ex i giovani negano ed evitano i controlli
I ricordi di Galeone e McEnroe e la generazione del silenzio
Ambiente sotto accusa dopo le rivelazioni di Rusedski e McEnroe
Polemiche per il rifiuto dei giocatori di Genoa, Napoli e Brescia
di EMANUELA AUDISIO


Filippo Inzaghi al processo di Torino sul doping

C'è una generazione che ricorda e una che dimentica. Questione di doping. Quante volte, figlio mio? "Padre, non mi viene in mente". Il bello è che a ricordare è la generazione passata: Galeone, Agroppi, Sandreani, Lombardi, McEnroe nel tennis. Quelli che devono andare a frugare lontano nella memoria. E a dimenticare è quella presente, quella che dovrebbe essere cosciente e lottare per restare sveglia, invece scivola nell'oblio. Del Piero, Tacchinardi, Inzaghi, Conte, Montero davanti al giudice. Allora, quante volte? "Non so, ho un vuoto, non ricordo". Signore, perdonali, perché sanno quello che fanno.

Lo sanno, eccome. La prova? Per la seconda volta in campionato sono scattati i controlli incrociati sangue-urine e 6 calciatori sui 12 sorteggiati hanno rifiutato il test. A dire no sono stati i due giocatori del Brescia (Lazio-Brescia) e tutti e quattro della partita Napoli-Genoa. Rifiutare si può, non è mica obbligatorio dire sì. Ma a fare effetto è questo calcio italiano: schizofrenico, bizzarro, malato. Nei fatti mai troppo desideroso di curarsi.
Prima introduce l'importante novità, controllo sangue-urine, obbligatorio ai prossimi campionati europei in Portogallo e poi lo disattende. Tanto, a noi giocatori cosa ce ne importa? E' questa maniera di fare i conti che non torna.

E a rifiutare la protezione contro i mali del doping è l'attuale generazione, sono i ragazzi di oggi, che dovrebbero essere informati e protagonisti delle loro vite e della loro salute, non solo dei loro stipendi. E capire che il controllo incrociato, obbligatorio dall'anno prossimo, è una tutela della loro salute, non di quella degli spettatori. O forse a spingere i giocatori al gran rifiuto sono state le società, che magari temevano la scoperta di qualche macchia.

E' un calcio che libera la memoria sul passato. L'allenatore Giovanni Galeone che ricorda i suoi anni '70 da giocatore: "Ci davano di tutto: il Micoren che regalava lucidità, il Norden, un Micoren più forte, carico di efedrina, il Cortex, e il Sustanol. Ricordo un allenatore, sempre all'Udinese, che ci portò pilloline ricostituenti dalla Svizzera. Oggi tutto questo è proibito. Leggo le storie terribili di Taccola, di Petrini, di Signorini colpiti nel fisico e mi ritengo un miracolato. Ho preso di tutto, come fosse acqua minerale. Quello nostro era un doping plateale, magari poco consapevole. Oggi c'è una spinta sofisticata, la ricerca di sostanze difficili da individuare. E c'è la complicità dei calciatori, che potrebbero fermare tutto e invece stanno zitti".

Aldo Agroppi, ex centrocampista del Torino, che conferma: "Anche le mia generazione ha convissuto con le pasticche nello spogliatoio. Ha ragione Galeone nel dirsi un miracolato, anche se gli dico che non ne siamo ancora fuori. I giocatori degli anni Sessanta non vivono certo giornate tranquille. In quel periodo la somministrazione della corteccia surrenale era una moda e noi eravamo ignoranti, ci fidavamo".

Mauro Sandreani, tra il '73 e l'82 calciatore di Vicenza, Genoa, Roma e Modena, che ricorda: "Ogni tanto prima delle partite prendevo le famose palline rosse di Micoren, uno stimolante per il cuore. Erano lì, sul banchetto del massaggiatore, ci si serviva da soli. Self service". Adriano Lombardi, ex capitano dell'Avellino, ormai su una sedia a rotelle perché minato dal morbo di Lou Gherig, che ribadisce: "Mi sono convinto che il calcio c'entra con la mia malattia". Insomma, una generazione che vuole fare i conti con i disastri del doping, che vuole capire, salvarsi. E forse salvare o mettere in guardia gli altri.

E' un calcio che però diventa smemorato sul presente. Davanti a Guariniello molti attuali o ex giocatori della Juve soffrono di amnesia: Del Piero? Non ricorda. Conte, pure, ha il blocco. Tacchinardi, era iniezione intramuscolareo o endovenosa? Diavolo, chi ci ha fatto caso? Vialli menziona creatina, Voltaren, molti antidepressivi, il calcio si sa butta giù l'umore in maniera devastante e comunque tutta roba lecita e comunque Guariniello è anti-Juve. Montero s'impappina sul Depomedrol, "due o tre iniezioni", ma ai sorteggi antidoping aveva dichiarato il Bentelan. Filippo Inzaghi scivola sulla creatina: "Sì, ogni tanto, tra il primo e secondo tempo, una bustina di tre grammi". Il giudice: scusi, ma non erano due le bustine? Ah, la memoria, più la cerchi più non la trovi. Senza offesa, ma prendere magari qualcosa per ricordarsi chi si è e cosa si fa durante la giornata?

E quando li beccano, fatti e strafatti, è sempre una congiura o uno strano caso. Anche se le pene sono uno schiaffetto. Kallon, otto mesi: "E' stata riconosciuta la mia buona fede". Blasi, in attesa di sentenza: "Comunque sono una vittima". Saadi El Gheddafi: "In Libia non c'è tutta questa attenzione a certe sostanze". Ma va, davvero? Mai nessuno che a testa alta o bassa spieghi le sue ragioni, denunci la sua voglia di primato o quella della società.

Eppure il controllo sangue-urine da quest'anno sarà in vigore in tutte le competizioni più importanti. Eppure nello sport c'è una memoria che si sveglia. Nel tennis. John McEnroe: "Mi hanno dato ormoni da cavallo". Greg Rusedski, inglese, a luglio positivo al nandrolone: "Dei 120 migliori giocatori ce ne sono 43 che rivelano tassi di nandrolone elevati". Anche se Andre Agassi e Andy Roddick smentiscono: "Abbiamo passato molti controlli, anche a sorpresa, compresi alcuni controlli ematici". Loro, almeno, ricordano.