Sono un uovo fatto fuori dal cavagnolo, quando mio padre e mia madre
proletari non pensavano più di avere un altro figlio. Mio paese natìo è Pianariva, che
l'Olona divide a mezzo prima di confluire in Po. Sono cresciuto brado fra i paperi e le
oche naviganti l'Olona. Ho imparato a nuotare con loro e a desumere i fondali dai diversi
colori e dalle diverse increspature dell'acqua. Fin da primi bagni mi sono sentito dire da
mia madre e da quanti altri temevano per la mia vita che Po è traditore, e che mai avrei
dovuto nuotarvi. In compenso, ho appreso dai miei compaesani che uno poteva dirsi degno
del clan e della qualifica di vir soltanto se avesse attraversato Po a nuoto, ritornando
il più presto possibile alla riva natìa.
Così, per mera bullaggine, ho attraversato Po che non avevo dodici
anni. Era periodo di magra e il filo di corrente non era più largo di duecento metri, da
un sabbione all'altro. Ma valeva il gesto e io l'ho compiuto. Con me ha traversato un
amico più vecchio e anche meno buono di nuotare. Tuttavia mi ha ripetuto la minaccia
tradizionale: che se mi fosse venuto un crampo o qualsiasi malore, lui non si sarebbe
neanche accorto di me e avrebbe accelerato le bracciate per giungere a riva. Questa che io
chiamo minaccia è in realtà una formula d'accordo obbligatoria, perché cercar di
soccorrere uno che sta per annegare in mezzo a Po è autentica follia: se lo lasci bere
fin quando ha perso i sensi, poi lo ritrovi solo bell'e morto; se lo avvicini prima, ti
abbranca in modo che si annega in due.
Frequentando le scuole, ho preso per inconscio narcisismo ad amare i
luoghi dove sono nato e a farmi un vanto di avere la casta Olona come madre e il grande Po
come padre. Ho pubblicato anche racconti nei quali si descrivevano le paurose piene del Po
e si calcava sugli aspetti drammatici della nostra precaria vita sul fiume. Quasi da
vecchio ho scritto due romanzi durante le vacanze (perché raccontare è bello, diverte, e
dunque non è serio farlo sempre): in entrambi, Po è protagonista. Forse a cagione di
questo gli Amici del Po hanno cortesemente deciso di nominarmi alfiere del Po, onore già
tributato a scrittori famosi quali Zavattini e Bacchelli.
La consegna della medaglia con diploma ha avuto luogo nel salone
pubblico del municipio di Mantova. Persino il mio abulico paese ha inviato una delegazione
per onorarmi. Invitato a parlare, ho potuto dire soltanto: "Grazie a nome dei miei
antenati pescatori e ghiaiadori morti lavorando sul grande fiume..." A questo punto
mi si è ingroppita la gola e sono stato preso da un'inspiegabile angoscia. Ho rischiato
anche di piangere, cosa della quale mi sarei vergognato moltissimo.
Considero apallici i molto piagnoni italiani ai quali basta la minima
emozione per mettersi a caragnare come vitelli. Mi sono poi spiegato i motivi
dell'angoscia. Po si vendicava semplicemente d'un figlio che soffriva (o esercitava) nei
suoi confronti il complesso di Edipo. Da ciò ricavai anche la certezza che Po mi era
padre e per non eccedere nell'avversione tentai di rimuovere dal mio inconscio quella
jattura giungendo ad affermare che Po non esistesse come fiume. Già avevo scritto,
fingendomi faceto, che Po lambiva troppe colline da vino per non essere pericolosamente
ubriaco qualche volta.
I miei paìs padani si erano divertiti ma io ne avevo preso molta
rabbia, insistendo nella ribellione a quel padre così poco serio come fiume. Per essere
coerente, mi sarei dovuto rifiutare alla nomina di suo alfiere: ma di certi errori ci si
accorge quando è ormai troppo tardi per mettervi riparo. Ho dunque insistito negli studi
su Po e sulla storia che avrebbe dovuto determinare
se realmente fosse esistito.
Così ora posso giustificare - almeno spero - i miei complessi edipici a esprimere un
obiettivo giudizio geopolitico su Po. Ti sarai accorto, cortese lettore, che non indulgo a
retoriche di sorta. Molto facile sarebbe abbandonarsi a inni e cachinni. La maestosa
corrente di Po; le sorelle Oreadi; l'infelice Fetonte; i fantasiosi greci; l'indovina
Manto fondatrice di Mantova nel pantano; bell'Italia amate sponde; scende sul fiume
l'infinita sera, e via gigioneggiando su cose in sé discutibili perché quasi tutte
false.
La verità è che Po è un sacramento di fiume incostante e
capriccioso. Nasce dal Monviso, da un antro che pare giusto la matrice d'un animale
mostruoso; arriva a Saluzzo e prende bruscamente a salire verso Torino: qui aggira nuove
colline e riceve le Dore, mettendosi a correre sbadato da un sabbione all'altro. Diventa
un po' più rispettabile ricevendo il Ticino, la cui parte cerulea si distingue dal resto
per una buona ventina di chilometri. Adesso ci puoi crepare di tifo e di epatite virale:
ai miei tempi si beveva acqua di Po dalla sèssola, che i toscani chiamano votàzzolo nel
loro fossile e noioso dialetto.
Dopo l'amplesso con il Ticino, padre Po rincoglionisce letteralmente e
assume l'aspetto d'un inquieto serpentone dalle larghe e inutili spire. Che cosa succede,
in effetti? Questo: che da vero vagabondo ubriaco si butta ora contro una riva ora contro
un'altra: se trova molle corrode e porta via; se trova duro (o un pennello o una prismata
di protezione), il filo di corrente piega con largo giro contro la riva opposta e si scava
un novo letto abbandonando quello precedente: ma qui, per una stranezza che gli è
propria, Po si lascia dietro fondali bassi che fanno mollente e paiono larghi: queste
morte si chiamano lanche: l'etimo di lanche è ancon, greco, che significa gomito.
Se la tua proprietà è sulla riva che Po incomincia a corrodere, ben
presto non hai più un metro di terra e diventi povero strapelato; se da questa tua riva
viene respinto, prima si lascia dietro una lanca e poi, alla prossima piena, un sabbione
che si aggiunge alla tua proprietà e ti rende ricco anche di boschi. Quando ti ritieni
ricco anche di boschi, una nuova piena arriva rombando e Po si riprende tutto, la
sciandoti disperato e con il culo per terra. Tenuto conto di questi dissesti geologici ed
economici, di tutti i pessimi ricordi bio-storici che ti porti nel sangue (paure, morti,
impoverimenti ecc.), molto facile torna spiegarsi perché i rivaioli di Po non siano
affatto propensi ad amare il loro dispotico padre. E naturalmente ne hanno una paura
porca, e tanto più paura hanno dentro quanto più lo detestano e disprezzano, arrivando a
ipotizzare che non esista. In effetti, Po non è un vero fiume. È piuttosto la sentina di
una grande e fertile valle che sembra l'impronta di una chiglia smisurata.
Gli affluenti lo investono ringhiando, e oppongono dune di sabbia alla
sua corrente sciamannata. Quando la furia degli affluenti non veniva contenuta dagli
uomini, a ogni piena si creava una palude. Salito a visitarci nel 225 a.C., il povero
Catone sentiva chiamare marais (marè) queste paludi e ha tradotto marè in maria, al
plurale, e così ha riferito ai romani che in Padania - la Gallia cis e traspadana - vi
erano sette mari. A parte questa colossale facezia, su Po se ne sono dette e se ne sentono
di orribili. Intanto il nome che deriverebbe dal ligure Bodingomagum: una balla di frate
Giulio. Nella paludosa vallata che è oggi nostra patria vagarono per millenni uomini,
animali e uccelli. Vi furono anche gli unni e chiamarono Po la regione e il fiume che ne
raccoglieva le acque compiendo mille anse viziose. Gli unni erano originari di Mongolia:
in mongolo e in cinese, Po significa fiume e palude.
La paura bio-storica dei rivaioli di Po non è una mia invenzione. Ho
vissuto la prima piena nel maggio del lontano (ahimè) 1926. L'acqua ci è venuta in casa
per sortume, dalla cantina, ancor prima che dall'Olona, che la tremenda foga di Po
arginava e faceva crescere anche due spanne all'ora. Pozzi, pompe, forni vennero sommersi,
così che non avevamo acqua da bere né pane da mangiare! Per le vie del paese circolava
gente stranita a bordo delle navazze in cui si pigia l'uva. Per i bambini era anche
piacevole assistere a quel carnevale: ma Po ululava contro i boschi cedui e gli argini
come un mostruoso animale apocalittico.
La notte si udivano continui muggiti di stalle terrorizzate e
disperatissime grida di uomini che chiedevano aiuto. Le nostre povere case si ammollavano
e screpolavano facendoci sentire ancor più precaria la vita. Bisce e topi invadevano i
solai rinnovando il ribrezzo che doveva essere dei nostri padri vissuti su palafitte, in
paludé e nelle terremare. Poi, lentamente, il vasto ululato del fiume si attenuava in un
rugliare lontano e più vago. Infine l'acqua si ritirava lasciando fango e carogne dietro
di sé. Distrutti i raccolti, schiantati o divelti i boschi cedui, sconnesse le case e i
ponti.
A parte queste inezie, su allegri a celebrare il grande fiume! Esso è
vostro, non per altro vi è caro. Ma per noi è difficile seguirvi. E se non bastano le
colpe, ecco i difetti. Quando è in piena, Po non è navigabile per il selvaggio furore
della sua corrente; e non è nemmeno navigabile quando è in magra, perché il Tahlweg, o
filo di corrente, si riduce a serpentine sempre più esigue e oziose; trovi di qui un
fondale che la corrente ha preso a colmare sollevando la sabbia (si chiama scalòn, e ci
annegano per solito i milanesi), di là un letto non ancora ben tracciato e quindi non
abbastanza profondo.
Ancora nel 1380, Po scendeva sparato su Belgioioso e saliva a nord per
lambire Corteolona, dove riceva appunto l'Olona: poi piegava a sud-est e passando per
Pieve Porto Morone puntava contro Castel Sangiovanni, dall'altra parte. Il mio paese era
sulla riva destra. Po rifiutò rombando di percorrere l'ansa di Corteolona e tirò diritto
fra Arena e Pianariva rientrando nel suo letto solo fra Pieve Porto Morone e Castel
Sangiovanni! In tal modo il mio paese si trovò sulla riva sinistra avendo a sud il fiume
che prima aveva a nord e avendo lanche e paludi fra sé e Corteolona. Naturalmente, fu per
tutti i sopravvissuti la fame più nera. E chissà quanti altri tapini ebbero a subire nei
secoli la nostra stessa sorte: per tacere di Adria, di Spina, forse anché di Mantova e -
tristissimo evento - della divina Venezia, che verrà fatalmente sommersa o interrata.
Diamoci dentro, allora, a cantare la gloria di tanto fiume, a
celebrarne il mutevole paesaggio: le verdi buttine di salice, i ballottini o isole
rispettate (e prima rubate) durante le piene; le osterie che ti offrono frittata con le
rane e trance di storione giovane impanate nell'uovo (al burro), i carpioni di striglie e
savette, gli umidi di anguille e tinche con i piselli, i fritti di alborelle, i cartocci
di carpa e cavedani (ormai tutti pesci di gusto avariato). Allegri anche a dire che Po va
navigato fino al mare... con canali paralleli! Quante fregnacce sento, dio buono, quante
balle! Po non è mai esistito come fiume e neppure oggi esiste. E' propriamente uno
scolatoio a misura della nostra vallata, che non è piccola. Quando Po è in magra, sfoga
all'Adriatico per cinque bocche in cui l'acqua non ti arriva alla pancia (in dialetto:
gh'è una cavigia, un ginocc, una gamba, un cü, un stumagh, un coll d'acqua).
Le bettoline che devono entrare e uscire di Po s'inghiaiano (in
italiano: si arenano) anche se non pescano più di 70 centimetri. E allora che andate
cianciando di navigare? I1 padre ubriacone e malignazzo si porta via l'acqua che cresce a
ritmi che lui solo desidera (o il buon dio). Se ti corrode la riva e tu sei ricco, disponi
in fretta un pennello e mandalo difilato contro i tuoi dirimpettai. Ascolta accigliato chi
parla di navigarlo con canali paralleli ( ! ) e domandagli cosa c'entra mai Po con quei
canali.
Ho scritto con ringhi edipici di Po che è soltanto la seconda ascissa
delle coordinate equoree d'Europa: si capisce che l'ordinata è il Reno e che la prima
ascissa è il Danubio. Ho scritto e penso tuttora che l'Italia non sia mai nata perché Po
non era un fiume, altrimenti Venezia l'avrebbe risalito più in forze - dico con navi
idonee -e avrebbe sottratto la Padania alle ricorrenti follie papaline e alemanne del
Sacro Romano Impero, avrebbe avuto sufficienti derrate alimentari, ineguagliabili
artigiani del ferro e tessitori di lana e di seta raffinatissimi; avrebbe avuto ottimo
vino da esportare in tutta Europa e sarebbe stata la più ricca nazione del mondo. Invece
si è sempre inghiaiata a valle di Cremona e non ce l'ha mai fatta a sottomettere Milano
(200.000 abitanti) e le altre verdi contrade padane fino a Torino, vezzoso borgo di 12.000
anime (inalora).
Tutto questo io scrivo avendo chiaro il concetto della storia ma a che
dei brutti ricordi che Po mi ha lasciato nel sangue. Così ne ho paura, una religiosa e
fottuta paura: ma raccontare fole con l'aria di dir cose seriose non mi garba. E se ti
sembro matto, o mio cortese lettore, pensa che anch'io sono figlio di Po. Da un padre
simile, chi volete che nasca!