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I Senzabrera

di Gianni Mura

La Repubblica 19/12/1993


Da un anno siamo i Senzabrera, che scritto così sembra il cognome d'una famiglia di Salamanca o di Tucuman e forse ci frega la voglia di un neologismo: è una delle strette in cui si ritrovano i Senzabrera. Non siamo solo noi intesi come redazione sportiva di Repubblica. Ce ne sono tanti altri, da un anno giusto, da un giorno ingiusto. C'è il professor Z che scrive da New York, americano e breriano, c'è una poesia scritta in provincia di Treviso, ci sono gli amici che aveva Brera un po' dappertutto, forse non tutti veri ma questo è un altro discorso e tanto vale lasciarlo cadere.

Noi dello sport, dicevamo. Prima il Navarro, il Generale, poi Giovannino, Giuseppino, solo Bocca non aveva un diminutivo, anche perché pare un quaterback, ed era, saltuariamente, lo Zingaro per via dei baffoni. Siamo Senzabrera in assoluto e nelle piccole abitudini d'ogni giorno: sabato Brera di presentazione, lunedì di commento, mercoledì di cronaca, giovedì le lettere dei lettori. Leggevamo sul video del terminale, non solo chi faceva la titolazione. Perché se hai il vantaggio di un Brera in anticipo, lo leggi subito. E ci trovi sempre qualcosa.

E poi era bello lavorare con Brera, l'unica avvertenza era di non chiamarlo prima di mezzogiorno, di rispettare il rito: sveglia a mattino avanzato, lunghissima doccia, lettura quotidiani. "Quanto devo scrivere ? " era la sua frase di rito. Ci manca anche quella. Non era solo il "devo" a impressionare, ma il fatto in sé. Chi era Brera, lo sanno anche i più giovani, può permettersi di sforare, e poi in redazione si arrangino. E' una dimostrazione di potere e la fa pure chi non arriva al ginocchio di Brera, e se gli tagli tre righe perché sei impiccato al momento di chiudere, capace pure che protesta col direttore. Brera ci teneva a rispettare gli spazi e i tempi. Il sabato chiamava spesso da paesi non a tutti notissimi, Portogruaro, Abbadia San Salvatore, Cozzo Lamellina, poteva essere lì per una battuta di caccia o per una mangiata con amici. Scriveva e dettava dal ristorante, entro le 18 il pezzo era in redazione.

Di usare il pc non aveva voluto saperne. La vecchia Olivetti, e cartelle bianche extrastrong, non quelle già marginate di Repubblica. Spazio tre, per scrivere chiare le varianti a penna. Qualche taglio l'abbiamo dovuto fare, nei pezzi a braccio dettati dopo le partite in notturna. Perché era vero, meglio dieci righe in più che dieci righe in meno. Si tagliava a malincuore perché si si toglieva dalla pagina qualcosa che valeva la pena di essere letto. Non allungava il brodo, Brera.

E fra di noi c'è chi lo ha conosciuto di più, chi di meno, chi ha passato molto tempo anche a tavola con lui e chi gli ha parlato per telefono.Ma tutti pensiamo la stessa cosa: che il giornalista Brera ha sempre preso molto sul serio il suo lavoro e si è costantemente impegnato non solo per amor di firma, ma per amor di mestiere. Se le lettere dei lettori, quelle destinate alla sua Accademia, tardavano di mezzora, telefonava. E telefonava o interveniva di persona per fatti privati, morti in famiglia, matrimoni, compleanni. Il grande calcio non l'ha ricambiato, quando è morto lui.

Ci manca perché gli volevamo bene, non solo perché è stato per dieci anni la firma nobilitante di queste pagine. Gli volevamo bene perché aveva dei difetti, ma nessuno dei difetti delle grandi firme. Non era arrogante né presuntuoso. Ci manca il " mai paura", frase ricorrente quando gli si raccontava di una promozione in arrivo, o di un servizio difficile. Ci mancano i prepartita e i dopopartita, ore lunghissime (Gianni sono già le due. Vorrai dire che sono solo le due ) che passavano in fretta, ma qualcuno di noi qualche sera si è sottratto inventando l'unico alibi che non lo contrariava: un appuntamento, una conquista, una donna. Ah bé, ad Veneres, allora vai.

Ci manca quel suo alzarsi di contraggenio, quasi con un grugnito di ribellione interna, alla prima nota dell'inno di Mameli ( ma vi rendete conto di quanto è brutto?) e quel suo applaudire togliendosi il cappello, l'inno dell'altra nazionale. E anche gli scappellamenti ostentati, col sorriso, a quelli che da sotto la tribuna stampa, o di fianco, gli urlavano contro perché la pensavano diversamente da lui.

Ubriacone, spesso. Curioso che in un paese di mascalzoni supremi, ladri e marchettari (anche nel calcio) fosse considerato grave delitto amare il vino. E infine c'è qualcuno che abbia mai visto Brera ubriaco? Sapeva bere e sapeva quando fermarsi. Ci manca quel suo valutare il vino solo annusando il tappo. Quel modo strano di eleggere i ristoranti del cuore e dell'abitudine, a Milano come a Napoli, a Roma come a Genova. Una tana. Il ristorante pseudorusso a Parigi durante gli europei dell'84, la patronne era di Mantova, quello jugoslavo a Monaco di Baviera ai mondiali del '74, quello italiano a Mexico City ai mondiali dell'86, quello greco a Montreal all'Olimpiade del '76.

Era come se Brera cercasse una minoranza, sia pur gastronomica, in cui rifugiarsi. Salvo stupirci dichiarando: la miglior cucina del mondo è in Danimarca. E ci stupì anche nell'84, rifiutandosi di andare all'Olimpiade di Los Angeles. Diceva di non poter mettere piede negli Usa perché un mafioso aveva giurato, un sacco d'anni fa, di fargli la pelle per una storia di donne. Non ci abbiamo mai creduto, forse non gli piaceva l'idea di stare tre settimane a LA ( e non aveva torto), ma raccontava questa storia così bene (al solito) che abbiamo abbozzato.

Ci manca la sua gioia vicina al collasso la notte del 3-1 di Madrid, luglio '82. Il suo imbarazzo nel non poter mantenere la promessa di andare in processione tra i flagellatori al suo paese, il giorno di San Bartolomeo, se l'Italia di Bearzot avesse battuto il grande Brasile. I "batù" erano stati aboliti già da molti anni, a San Zenone, ma lui mancava da tanto, non lo sapeva.

Ci manca come battistrada, adesso che usciremo tutti i lunedì. Mai paura, avrebbe detto Brera. Avrebbe preso parte a tutte le riunioni di questo periodo, avrebbe detto che non è vero che la tv si mangia, la domenica, tutta la voglia di leggere, il lunedì. Avrebbe regalato ai fumatori le pipe di Brebbia che teneva sempre nel borsello d'ippopotamo. Avrebbe bevuto Barbaresco in vicolo delle Bollette. Avrebbe coniato altri neologismi. E chissà se avrebbe ritirato fuori la storia del mafioso per i mondiali del '94.

Noi dello sport di Repubblica, ricordandolo con gli amici morti con lui sulla strada fra Maleo e Codogno, gli dobbiamo l'impegno a far seriamente questo mestiere. A farlo da Senzabrera che con Brera e da Brera qualcosa pensano di aver imparato e a Brera pensano di dovere qualcosa che non si esaurisce col ricordo e il rimpianto.