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PAVIA

 

1 - La pista dell'uomo preistorico risalente il corso medio del Po e snodata sul terrazzo fluviale, che limita a sinistra I'aiveo del grande fiume, si spezzava contro un grosso ostacolo naturale: il Ticino. Poco a monte del punto di confluenza, la relativa vicinanza degli spalti opposti (oggi San Mauro e Cava Manara), che incanalavano la nuova fiumana, indicava una facile zona di guado o di transito con natanti. In questo punto, che segnava una pausa del remoto itinerario padano e il raccordo con altra pista che scendeva dal Lago Maggiore lungo la sponda sinistra del Ticino, doveva sorgere Pavia.

II fiume, una stazione, poi una città: quasi una cosa sola.

Pavia deve al fiume la sua nascita; dal fiume prenderà il nome « Ticinum » destinato a durare quanto I'Età di Roma; nel fiume troverà uno degli elementi base della sua fortuna medioevale.

Un'antica tradizione assegna la formazione del primo nucleo abitato alle tribù dei Levi e dei Marici: genti liguri, secondo Livio e Plinio; tribù galliche, secondo Polibio e

Tolomeo. Liguri sono comunque i primi abitatori della terra ticinese dei quali si abbia notizia, disseminati in villaggi nella pianura e sui rilievi appenninici.

Assimilate infiltrazioni di altri popoli - come gli Etruschi - i Liguri, dal IV secolo a.C., sono sommersi dall'invasione gallica. L'elemento celtico viene a sovrapporsi ed a

mescolarsi alla stratificazione etnica originaria della quale sembrano emergere e conservarsi come oasi delle stirpi aborigene soltanto alcuni centri arroccati nella parte montana del paese.

2 - Scarsa o del tutto nulla la funzione di Ticinum negli avvenimenti militari che portarono il dominio di Roma nell'Insubria. Gli storici della guerra gallica e quelli della

seconda punica, ai quali dobbiamo il ricordo della battaglia contro i Galli a Casteggio (Clastidium) e della battaglia tra le legioni di Publio Cornelio Scipione e le truppe di Annibale al Ticino, tacciono il nome della città. Questa, sottomessa la Gailia Cisalpìna, condivise le sorti degli altri centri, inseriti oramai nella compagine del mondo romano. Con la lex Pompeia dell'89 a.C. le città della Gallia Cisalpina diventarono colonie latine; con !a cittadinanza romana, accordata da Cesare nel 49 a.C., Ticinum diventò « municipium ».

E' da quest'epoca che data l'inizio delle profonde trasformazioni destinate ad incidere e a definire per i secoli il volto della città e del suo territorio.

L'opera di romanizzazione, illustrata nella ricchezza dei reperti archeologici, agì infatti in profondità: nell'urbanistica, nell'organizzazione fondiaria, nella viabilità, quasi sulla stessa struttura fisica del paese.

Pavia, nel suo centro più antico, con le sue insulae regoIari, formate dal reticolo stradale orientato sul cardine massimo (Strada Nuova) e sul decumano (corso Mazzini - corso Cavour), presenta ancor oggi un impianto romano tra i meglio conservati del mondo. Nel sottosuolo, che ha restituito e continua a restituire tratti di pavimentazione stradale, imponenti resti di fondazioni murarie, materiali decorativi e suppellettili, si snoda il reticolo della fognatura romana, che ancor oggi serve la città.

In età romana Ticinum diventa il punto di incontro di importanti vie maestre: da Torino e da Vercelli, da Piacenza, da Lodi, da Milano.

Negli ultimi secoli di Roma, Ticìnum, centro militare ormai di una certa importanza, sede di una zecca e, quindi, di una fabbrica d'armi, diventa una roccaforte contro la continua minaccia delle invasioni. La città ospita spesso imperatori e grandi personaggi. II territorio è spesso teatro di sanguinosi incontri, nelle guerre civili e nelle guerre contro i barbari.

Qui è Onorio quando, nel 408, scoppiano i sanguinosi tumulti che portano alla uccisione di Stilicone. Qui, nel 476, con la sconfitta e l'uccisione di Oreste per mano di

Odoacre, si concludono le sorti dell'Impero Romano d'Occidente. Con la vittoria di Pavia e l'avvio di Romolo Augustolo all'esilio di Castro Luculliano, il re degli Eruli diventa il

padrone d'Italia.

3 - E' una lunga epoca di terrore durante la quale la morte e la rovina si abbattono sulla città e sul suo territorio portate dai Goti di Alarico, dagli Unni di Attila, dai Vandali, dagli Eruli. E per questi anni - evangelizzato assai per tempo il paese - la storia ricorda leggendarie figure di vescovi, come Epifanio, che, nel 456, induce Genserico a risparmiare la città morente dalla totale rovina.

Ticinum comincia a chiamarsi Papia: un nome sull'origine del quale storici e linguisti hanno potuto soltanto formulare ipotesi suggestive.

Dopo la caduta di Odoacre, nel 490, si insediano nel ticinese gli Ostrogoti di Teodorico. E nell'età teodoriciana Pavia, la « civitatula » di Ennodio, diventa, con Verona e Ravenna, una delle sedi predilette della corte. Si erigono (o restaurano) le terme; si ripristina la cinta muraria, ampliata verso oriente a recingere anche il «palazzo» di recente costruito; Atalarico, nel 528-29, ricostruisce l'anfiteatro, dei quale ci rimane l'epigrafe, ricavata da uno stupendo frammento di sarcofago romano del III secolo d.C.

La città, abbellita e fortificata, diviene, specie dopo la perdita di Ravenna, la sede quasi stabile della corte e il cuore della resistenza gotica contro Bisanzio. Nell'agro Calvenzano viene tormentato a morte Severino Boezio. Nella cittadina pavese Uraia, Totifa e Teja vengono eletti alla corona.

L'importanza di Pavia dal punto di vista politico ed amministrativo è ora documentata dall'introduzione della zecca regia ed è probabile che, già in quest'epoca, le scuole, da

tempo esistenti, cominciassero a fiorire come centro palatino di cultura.

Nei brevi anni di dominio bizantino (553-568) la posizione preminente della città venne conservata. E se anche non si può accogliere senza riserve l'ipotesi che Pavia abbia

allora soppiantato la decadente Milano come sede del « vicarius Italiae », la città deve essere di fatto divenuta la più importante roccaforte militare. Ciò, negli anni che seguono, mentre tutte le città padane si inginocchiano senza resistere davanti agli invasori Longobardi, consentirà a Pavia di opporsi per un triennio al fiero assedio di Alboino.

4 - Oltre due secoli di dominazione longobarda (568-774) segnano decisamente le grandi sorti della città. Importante sede ducale già nei primi tempi del nuovo dominio,

Pavia, da Clefi in poi, diventa la città residenziale della corte, la capitale di un vasto regno stendentesi su quasi tutta l'Italia; e in questa dignità persiste fino alla fine, nonostanti i temporanei trasferimenti della corte a Milano ed a Monza alla fine del VI secolo.

I re longobardi ampliano il perimetro murato della città ed erigono monumenti insigni, come la Porta Palacense di Bertarido. Dopo la conversione del popolo invasore al Cattolicesimo, avvenuta ad opera della pia regina Teodolinda, si pone mano alla costruzione di numerose nuove chiese.

L'antica reggia teodoriciana rinasce a nuova vita. Nella cappella voluta da re Liutprando fioriscono gli studi filosofici e letterari, mentre intorno ai tribunali palatini si viene formando quell'ambiente di giuristi che dovrà esprimere nell'Editto di Rotari il singolare monumento legislativo di questa età.

Intanto, nella seconda metà dei VII secolo, al tempo di re Cuniberto, con l'abbandono dell'arianesimo da parte del popolo longobardo, il vescovo Damiano trasferisce la domus episcopi dalla zona cimiteriale « extra moenia » di San Gervasio all'interno della città, presso la basilica di Santo Stefano. Intorno ad essa, nel cuore del centro abitato, risorgeranno le antiche terme e, probabilmente, si tornerà ad organizzare la vita della popolazione romana. Più tardi, agli inizi del nuovo millennio, quando anche in Pavia cominceranno a profilarsi le prime aspirazioni verso un più libero ed autonomo reggimento, la Curia Vescovile, centro di tutta la vita popolare, sarà la prima sede dell'assemblea cittadina.

5 - Nel 774, piegata da oltre dieci mesi di furibondo assedio, Pavia si arrende ai Franchi di Carlo Magno: è la fine del dominio longobardo e l'inizio di un nuovo periodo

della storia cittadina.

Nella nuova compagine politica la città, capitale del regnum italicum, diventa la sede effettiva dei maggiori organi amministrativi e di governo dello stato. Qui l'imperatore

scende ad incoronarsi re d'Italia. Ha inizio, e si prolungherà anche oltre la dissoluzione dell'impero carolingio, la lunga sfilata di grandi figure - dai Berengari ad Enrico II ad Arduino d'Ivrea a Federico Barbarossa - inginocchiate sulla pietra di San Michele.

L'antico palazzo di Teodorico, rifatto, ampliato ed abbellito, è ora la sede dei placiti giudiziari dei messi imperiali e degli uffici centrali dell'amministrazione finanziaria. Qui,

e nella vicina Corteolona (Curtis Olonae), si tengono le assemblee ordinarie del Regno. II riordinamento degli studi, attuato da Lotario con il famoso capitolare dell'825, pone indubbiamente Pavia al primo posto come centro di cultura.

Funzioni, dignità preminenti, che non verranno meno neppure nei torbidi e nelle lunghe incertezze politiche che caratterizzano l'ultimo secolo dell'Alto Medioevo. E', anzi, proprio a partire dalla fine del IX secolo che la città vede svilupparsi in modo iperbolico la propria organizzazione ricettizia: case, celle, corti, xenodochi appartenenti a dignitari laici ed ecclesiastici, a lontane corti signorili, a chiese e monasteri sparsi in tutta Italia e fuori, sorgono intorno al palazzo a testimonianza di una intensa vita di traffici e di rappresentanze. Nella prima metà del X secolo, nuove mura, comprendenti un notevole numero di nuove chiese, ampliano l'antico perimetro della città. La popolazione, nel corso del secolo, deve aver superato largamente le trentamila anime: quota straordinariamente elevata tra quelle dei massimi centri urbani dell'epoca. Anche la scuola pavese è avviata a fiorire come il massimo centro di studi giuridici.

E' l'epoca in cui Pavia, per la folla eterogenea che la anima e per gli splendori della sua vita, richiama agli attoniti cronisti contemporanei il paragone con Sidone e Tiro.

E, in tono con le auliche iperbole dei cronisti, ecco il prezioso testo delle « Honorantie Civitatis Papie » che, se pur redatto assai tardi, negli anni della dissoluzione, fornisce una misura dell'importanza della città, illustrando ampiamente i diritti della Camera Regia e la struttura dell'amministrazione finanziaria del Regno Italico accentrata in Pavia.

6 - Su questo ambiente di floridezza si abbatte nel 924 la furia devastatrice delle orde ungariche. La città ne è investita alle idi di marzo. « Usta est infelix, olim formosa Papia », piange Liutprando, vescovo di Cremona. Quarantatrè chiese, tra cui San Michele, sono distrutte o incendiate. L'orgia del massacro apre larghi vuoti nella popolazione. Ma la vitalità dell'antica capitale ha un rapido sopravvento: lutti e rovine si rimarginano assai presto.

7 - L'alba del nuovo millennio vede i primi fermenti della rivolta contro l'autorità imperiale. In una città come Pavia, di profonde tradizioni regie, il periodo nel quale si originano e prendono corpo i diffusi sentimenti di ribellione, che porteranno al libero comune, appare particolarmente nebuloso. Un primo tentativo insurrezionale data al 15 maggio 1004. Un altro, assai più grave, segue venti anni dopo. Alla notizia della morte di Enrico II (1024) i Pavesi insorgono, distruggono il presidio e demoliscono il palazzo regio, eliminando quasi il simbolo materializzato di un ordinamento politico al tramonto.

Gli anni che portano alla metà del XII secolo vedono il progressivo scandimento dell'autorità del Conte Palatino di Lomello, alto funzionario dell'amministrazione giudiziaria e simulacro della più complessa autorità regia, a vantaggio delle sempre più ampie aspirazioni autonomistiche. Qui, come altrove, queste aspirazioni sono impersonificate dall'autorità ecclesiastica, dai ceti artigiani e commerciali, in via di organizzazione nei paratici, e, soprattutto, dalla minore aristocrazia feudale, i « cives maiores », giudici e notai del Sacro Palazzo, « signiferi » e « milites ».

Ma i passi decisivi verso la nascita del libero comune sono compiuti intorno alla metà del Millecento, durante le, vicende della furibonda lotta ingaggiata dalle città di Lombardia contro I'Impero. Pavia, che, per tradizioni locali profondamente radicate e rinfocolate dall'accesa e persistente rivalità verso Milano, si schiera dalla parte imperiale, ottiene da Federico Barbarossa ampi riconoscimenti della propria autonomia. Quando, dopo la tragica distruzione di Milano del 1162, le città rivali devono piegare il capo all'autorità dei podestà imperiali, Pavia, eliminato ogni residuo potere dell'autorità palatina, conserva la propria magistratura consolare, con la condizione della formale sottomissione, rappresentata dal giuramento di fedeltà all'Impero. Usi e costumi pavesi ottengono pieno riconoscimento. La città gode del diretto esercizio dell'alta e bassa giurisdizione ed altri ampi privilegi. II diploma dell'8 agosto 1184, vera « magna charta » del Comune pavese, sarà poi riconfermato ed ampliato nel 1191 da Enrico VI.

8 - Nel secolo XII si assiste all'inurbamento di larga parte della nobiltà del contado. Contemporaneamente le attivìtà economiche locali si potenziano; i primi paratici -- dei

lanaioli, dei sarti, dei linaroli, dei beccai, dei pescatori si organizzano; il commercio appare in fase di riattivazione.

Le cadenti chiese altomedioevali vengono sottoposte ad una generale opera di rifacimento più che di restauro. Proprio in anni tutt'altro che tranquilli dal punto di vista della

ortodossia religiosa la città si riempie di mirabili basiliche romaniche - San Michele Maggiore, San Giovanni in Borgo, San Teodoro, Santo Stefano, Santa Maria del Popolo, San Pietro in Ciel d'Oro, San Lazzaro, San Primo, Santa Maria in Bethlem - destinate in gran parte a sopravvivere nei secoli nelle forme originarie. Ma è un fervore di opere che investe anche un po' tutta l'edilizia privata. Sorgono le torri, che nel corso del secolo infittiscono verso il cielo e che, due secoli più tardi, muoveranno la suggestiva descrizione di Francesco Petrarca. II legno, materiale principale della carpenteria barbarica, al punto da condizionare ed influenzare modi e forme delle stesse rare opere murarie preromaniche, cede il posto al trionfante impiego dei laterizio e delle arenarie del contado. II rosso cupo del mattone strinato dalla fiamma della fornace e il biondo grigio delle pietre tenere dell'Oltrepò, i colori che oggi ancora ci incantano nelle facciate basilicali, negli arconi superstiti e nelle reliquie delle porte urbiche, sono, da quest'epoca, i colori compatti di tutta la città.

9 - L'irrobustimento della nuova forma libera di reggimento politico, nella quale si fa gradualmente largo il ceto borghese, a danno dell'autorità vescovile e delle consorterie

gentilizie, si materializza nel progressivo sviluppo della sede comunale che, dall'ala dei consoli, posta nella parte meridionale della curia ecclesiastica, si estende gradualmente.

Nel 1236, il Vescovo Rodobaldo Cipolla, pressato dalle necessità finanziarie imposte dal riordino della possessione di Portalbera, cederà al comune I'intiero palazzo. L'antica « domus episcopi », il cuore della vita secolare cittadina, diventa il Broletto: destinato a durare fino al 1874 come sede della rnagistratura municipale.

Alla metà del Duecento, nei frammenti di un estimo (1250-1254) cominciamo a ritrovare i primi elementi indicativi, in modo attendibile, dell'entità demografica della città.

Si tratta di una popolazione ancora molto al di sopra delle ventimila anime (forse poco meno di trentamila): una delle più numerose ancora tra quelle dei maggiori centri urbani dell'epoca.

Nel corso del secolo XIII la vita economica cittadina denuncia sensibili svolte che, nel tempo, si erano andate verificando. L'area di diffusione della moneta pavese della zecca imperiale si era continuamente ridotta, ed ora il denaro di Pavia, declassato al rango di moneta comunale, si allinea a quelli delle numerose zecche locali. Del grande mercato dell'epoca regia, organizzato nel campo di San Martino fuori di Porta, sotto gli spalti palatini, animato da mercanti veneziani, amalfitani e di Gaeta, si è perduto persino il ricordo e la città vive di traffici dimensionati sul consumo locale e in funzionamento di transito, posta com'è sul grande itinerario da Milano al Mare Magno. La gravitazione del commercio pavese, già indirizzata verso Venezia e l'Adriatico, si è mano a mano spostata naturalmente verso Genova. Le tre arti maggiori (dei negociatores, dei pelizzari e dei campsores) dominano l'organizzazione locale della mercanzia, tenuta nella situazione di sudditanza codificata nel « Breve mercandan-

tie mercatorum Papie » del 1295 e destinata a durare ancora fino alla seconda metà del Trecento. Questo stato di cose -- mentre in altre città il progresso della vita economica avvia la disarticolazione delle Università dei Mercanti in più libere corporazioni delle singole attività - testimonia i limiti della modesta evoluzione dell'economia pavese.

10 - La fine del secolo XIII vede il tracollo degli ultimi bagliori dell'importanza politica di Pavia e l'isolamento della città. Centro e baluardo estremo della parte ghibellina, Pavia avverte i pesanti contraccolpi del tramonto delle fortune dell'impero suggellato dalla morte di Manfredi nel disastro di Benevento e dalla tragedia di Corradino di Svevia.

La città è in balia di violente lotte interne di fazione.

Gli inizi del Trecento vedono avviarsi in Lombardia le trasformazioni nell'ambito dei singoli comuni destinate ad esprimere quel governo signorile al quale, nel giro di circa

un cinquantennio di torbidi e di lotte interne, anche Pavia dovrà chinare il capo.

Sono lunghi gli anni di tormentate vicende che indeboliscono il fiero carattere della città, che, al pari di altre città italiane del tempo, denuncia un profondo decadimento anche sul piano del costume.

Contro il malcostume dilagante, contro l'immoralità pubblica e privata che, secondo il colorito linguaggio delle cronache, fanno di Pavia un concentrato coacervo dei sette

peccati capitali, si leva la predicazione veemente di Fra Jacopo Bussolaro. Nella parola del Frate Eremitano la fustigazione morale cede il passo all'invettiva tribunizia contro le famiglie magnatizie in lotta e, particolarmente, contro i Beccaria le cui case, a furor di popolo, vengono rase al suolo.

Ma, dopo le sanguinose vicende di una guerra alterna di fortune e un duro periodo di assedio, anche Pavia - quando già tutte le città lombarde hanno spalancato le porte al Signore di Milano, per debolezza d'armi o per spontanea dedizione - è costretta dalla fame e dalla pestilenza a consegnare le chiavi a Galeazzo lI, il 13 novembre 1359.

11 - Un secolo di dominazione viscontea segna per Pavia una generale ripresa. I Visconti vi stabiliscono la loro corte residenziale nello splendido scenario del Castello, costruito negli anni dal 1360 al 1365, decorato dal Vaprio, dal Bembo, dal Bugato, dal Vismara, dotato di un esteso parco popolato di selvaggina e di fiere esotiche: la più nobile dimora d'Italia, secondo il Petrarca, che vi soggiorna a lungo, lavorando nella preziosa raccolta di codici che vi sono radunati.

Nel 1361 la città ottiene la istituzione dell'Universitas Studiorum, destinata in pochi decenni a prosperare e a diventare, con l'insegnamento di Baldo e degli altri maestri

dell'ultimo Trecento e del primo Quattrocento, uno dei più notevoli centri italiani di cultura.

Notevole il fervore dei lavori pubblici. Si potenzia l'apparato difensivo con un generale restauro delle mura merlate. Si attuano notevoli opere urbanistiche, come l'accennata sistemazione della Piazza Grande e la rettifica della via principale - il cardine dell'antico castro romano - che, a partire dal 1394, viene appunto chiamata <Strada Nuova». E, quasi a coronamento di tanto fervore di iniziative, Gian Galeazzo promuove, nel 1396, la costruzione della monumentale Certosa, posta al limite del Parco Nuovo, concepita come cappella e mausoleo di famiglia e destinata a diventare, nellavoro di secoli, una delle più suggestive rassegne antologiche dell'arte lombarda.

Alla fine del Trecento la Pavia viscontea, dopo secoli dì declino, torna ad essere il centro della vita politica ed intellettuale d'Italia.

12 - Anche la popolazione deve aver segnato una ripresa, almeno momentanea, fortemente ostacolata da un ciclico ripetersi di epidemie. Peste nel 1361; nel 1373; nel 1378, vioientìssima, anche se appare evidentemente esagerata l'annotazione secondo la quale la città « ita erat vacuata quod etiam de die homines rari apparebunt », ed altrettanto esagerati i calcoli dei cronisti: 7 morti su 10 abitanti della città, 2 morti su 3 nelle campagne.

Una nuova epidemia, comparsa negli anni a cavallo tra il XIV e il XV secolo, minaccia serie conseguenze per la città. L'Università viene trasferita a Piacenza, sì chiudono i

tribunali, la corte abbandona il Castello, Gian Galeazzo muore a Melegnano (1402). L'Italia intiera si copre di lutto al punto che viene impedito il Giubileo.

La morte di Gian Galeazzo addensa torbide paure negli anni che seguono, fino al consolidamento della successione di Filippo Maria. La città viene saccheggiata dagli uomini di Facino Cane. Le campagne sono attraversate da bande mercenarie, che seminano lutti e rovine.

Poi, dopo i primi decenni del Quattrocento, col ristabilirsi della pace e della tranquillità, Pavia attraversa un nuovo periodo di ripresa, assumendo quella fisionomia che la caratterizza nei secoli: una città affondata nella sua ricca campagna circostante, centro di rentiers, centro di afflusso di redditi di origine agricola soprattutto, collocato in buona posizione sulle direttrici del traffico terrestre e fluviale e dotato di un modesto artigianato locale.

13 - Pavia è oramai una piccola, tranquilla città, animata soprattutto dai più vivaci aspetti della sua vita studentesca.

Inserita nella compagine politica del Ducato di Milano, sotto la Signoria Sforzesca, Pavia è ormai una città come tante altre.

Ma, già alla fine del Quattrocento, si profilano gli avvenimenti disastrosi che toccheranno l'estrema violenza nel primo trentennio del secolo successivo.

II 1' ottobre 1499 le truppe di Luigi XII entrano in città. Il Re cavalca a fianco del Valentino dal Ponte Coperto al Castello, percorrendo Strada Nuova pavimentata di stoffe. Cominciano le spogliazioni. La preziosa biblioteca viscontea, con i suoi codici annotati dalla mano del Petrarca, prende la via di Francia. Preziose documentazioni degli archivi pubblici sono distrutte; pergamene ricuperate allora nello strame, ancora recano il segno degli zoccoli delle cavalcature e le bruciature dei bivacchi. In compenso, con gli armati, entra in città nuovamente la peste, che inaugura il muovo secolo.

Violenze e distruzioni si rinnovano nel 1513 ad opera di bande mercenarie di Svizzeri. Quindi, nel 1522, sono ancora i Francesi ad assediare la città. Lunghi stati di terrore, che costuiscono i conati agonici del libero Ducato di Milano e che seminano di rovine il territorio.

Nel 1525, dopo un nuovo assedio che porta la città alla fame e sei mesi di assalti furibondi, sotto gli spalti di Pavia si compone, con la spettacolosa Battaglia, il duello mortale tra Francia e Spagna.

La sera del 24 febbraio, Francesco I è prigioniero di Carlo V nel Convento di San Paolo. La città esausta ed affamata ha una pausa di esultanza. Due anni più tardi questa

esultanza e il favorevole atteggiamento mantenuto dai Pavesi verso le armi spagnole saranno pagate a caro prezzo.

14 - II 5 ottobre 1527, con un colpo di mano, i Francesi, condotti da Odet de Foix signore di Lautrec, si impadroniscono della città e la mettono a sacco.

Sono otto giorni di violenza orgiastica che riempiono di orrore le cronache dell'epoca, di Gabriele Paleari, di Martino Verri, di Luca Fíamberti, di Teseo Ambrogio Albonese.

« ...Francesi e Venetiani usarono contro i miseri cittadini le più feroci servizie dei mondo, uccidendo uomini, donne, fanciulli, vituperando vergini e monache, menando le falze ad ognuno, ponendo mano in le cose sacre, lacerando reliquie, calici, croci, usando quelle crudeltà come fossero stati Turchi o Mori... Oh! Infelice la mia patria derelicta; infelice città distructa et minata senza alcuna compassione con perpetua memoria crudele!... tutti hanno cridato vendetta, vendetta in el computo dei magno Iddio... »: così, il cronista pavese contemporaneo Antonio Grumello. Ma anche le relazioni ufficiali, come questa, di Marin Sanudo, acquistano toni drammatici: « ...vidi che è sta fatto... in Pavia il mazor sacco sia sta mai fatto in terra alcuna. Fino le scudele de pietra è stata tolto. Non si vede per Pavia alcun di la terra: donne, donzele, vedoe et maritae, tute fate prexone, violate, date taglia et ancora tenute per putane, che è una grandissima pietà...

Et quelli pavesi è scapolati, è andati chi in qua, chi in là... >

I sedicimila abitanti di Pavia, alla fine dei Quattrocento, si riducono quasi improvvisamente a cinquemila, per i massacri e l'esodo in massa.

15 - Poi, in pochi anni, la città e i borghi riprendono il loro ritmo normale di vita. La città, intorno al 1550, si cinge di nuovi, potenti bastioni, i cui resti imponenti ancor oggi si conservano. Ritornano le famiglie dei fuoriusciti. Riprende l'attività dello Studio Generale col ritorno degli scolari, nella massa dei quali cominciano a serpeggiare le idee della Riforma. Rinascono o si rinfocolano antiche rivalità ed antichi rancori: sintomi di un ritrovato ambiente di tranquillità. A pochi anni dai disastri dei saccheggio, nel 1549, tutta Pavia è in agitazione per contestare a Cremona un teorico primato storico. Nel 1566 si rinnova la centenaria contesa sulla supremazia della Chiesa pavese sulla milanese. Contemporaneamente una analoga questione insorge contro il clero di Vigevano.

Pavia è ormai ravvivata; è tornata all'antico stato della sua rissosa normalità.

Alla metà dei secolo l'economia cittadina appare in decisa ripresa. Le vecchie manifatture si ingrandiscono, si riorganizzano, si danno nuove regolamentazioni. Si presenta in espansione l'attività dei ferrari, degli armaioli, dei tessitori di tela, dei pellicciai, dei calzolai, dei cartai, dei tipografi, dei barcaioli. Nel contempo si impiantano nuove manifatture, come la lavorazione del sapone, quella dei merletti e dei ricami, della maiolica, della paglia ed altre ancora nel settore degli alimentari e in quello dell'abbigliamento: prima fra tutte quella della seta e della seta con oro e argento.

Mai forse come in questo periodo Pavia aveva visto irrobustirsi a tal segno la propria attrezzatura manifatturiera. Ma sono brevi decenni di una floridezza effimera, destinata a smantellarsi sotto le ondate di crisi che si stanno addensando su tutto lo Stato di Milano.

16 - Intanto, segno esteriore di una rinnovata prosperità, la città si anima di un intenso fervore edilizio. Si incrementano i lavori del canale navigabile tra Pavia e Milano; si portano notevolmente avanti i lavori della nuova fabbrica del Duomo; sì opprime con una pomposa decorazione l'antica Torre Civica; si erigono palazzi principeschi come il Borromeo e il Ghislieri - opere dei Pellegrini - destinati a sede dei due gloriosi Collegi Universitari; si restaurano e si «abbelliscono», secondo il gusto trionfante dei rinascimento e dei primo barocco, quasi tutte le chiese medioevali: lavori che, in molti casi, si traducono in una degradante rovina.

La vita della città, sulla quale passa senza danno notevole la peste dei 1576-77 (detta di San Carlo), per quasi un settantennio sembra non conoscere stasi.

Ma, su questo ambiente di prospera attività, si abbattono, a partire dal 1619, le prime ondate di crisi che scrollano un po' tutta l'ossatura dell'economia lombarda.

Pavia risente pesantemente le conseguenze della nuova congiuntura. Sono anni di smantellamento. La disoccupazione aumenta. La miseria dilaga, aggravata dal rapido succedersi di annate agrarie sfavorevoli. Ed arriva con il 1630, quasi a coronamento di tutte le altre sventure, la spaventosa peste - l'ultima nella storia pavese - immortalata nelle pagine manzoniane. La popolazione cittadina, risalita alla fine del Cinquecento ad oltre venticinquemila anime, nel giro di pochi mesi si riduce di circa il 40%. Segue per la città spopolata una relativamente rapida ripresa demografica, ma la vita economica ristagna. Le manifatture tendono a ridursi ed a sparire definitivamente. La

miseria generale si cronicizza, denunciata da indici assai significativi, come la riduzione della durata media della vita, il restringimento dell'ampiezza media dei nuclei familiari e, soprattutto, l'aumento netto e inesorabilmente progressivo della mortalità infantile.

17 - II lungo periodo di pace assicurato dal dominio spagnolo allo Stato di Milano si avvia alla conclusione. Pavia senza danni sensibili sopporta l'assedio che le truppe Franco Sabaude inutilmente stringono intorno alla città nell'estate del 1655. Assedio minutamente descritto, spesso in termini encomiastici, dai cronisti del tempo ed ampiamente ripreso dagli storici locali come unico avvenimento degno di nota nella monotonia del secolo.

Si arriva senza scosse alla fine del Seicento. Gli stessi profondi mutamenti che la compagine territoriale di Pavia subisce a partire dai primi anni del Settecento, connessi con la successione austriaca, sono fatti decisi lontano e dei quali la città soltanto in futuro soffrirà le dolorose conse-guenze.

Alla fine delle guerre di successione l'Austria, divenuta padrona della Lombardia, estende il suo dominio sul pavese.

L'antico Principato di Pavia si frantuma. I Savoia, nel 1707, ottengono la Lomellina; nel 1738, le terre di San Fedele, Torre dei Torti, Travedo e Campo Maggiore; nel 1748, con la pace di Acquisgrana, I'Oltrepò e il Siccomario. II confine austro-piemontese è al Gravellone.

L'antica unità dell'agro ticinese è smembrata. Le risorse tradizionali, le ultime, della languente vita economica di Pavia sono sradicate.

Oltrepò, Siccomario, Lomellina cominciano a gravitare verso i mercati piemontesi. II rifornimento annonario della città diventa difficile. II costo della vita aumenta a danno di un diffuso ambiente cittadino che, nella depressione manifatturiera e commerciale, aveva legato le sue risorse a redditi fissi. Disagio particolarmente pesante è avvertito dai proprietari, inurbati, delle terre passate al Piemonte, che vengono sottoposti a un duplice carico tributario.

Si anima in conseguenza una corrente emigratoria verso le terre smembrate. La popolazione di Pavia, nel corso della seconda metà del secolo, tende a decrescere ancora. Per altri aspetti la vita cittadina sembra risollevata. Maria Teresa d'Austria e Giuseppe II attuano notevoli provvedimenti per aiutare le sorti della città, come la creazione del Seminario Generale di Lombardia, l'unione al territorio pavese dei Distretti di Abbiategrasso, di Gaggiano (Rosate), di Binasco e di altri Comuni, e, soprattutto, il riordino e il potenziamento della vita universitaria. L'età dell'Assolutismo Illuminato ha, indubbiamente, nell'Università ticinese il maggior faro di cultura, destinato a brillare fin nell'Ottocento inoltrato: l'epoca del Foscolo, del Monti, del Romagnosi, di Volta, di Scarpa, di Spallanzani.

18 - Nel 1796, sotto la ventata di idee rivoluzionarie portata dalle armate napoleoniche, Pavia si solleva, abbatte la statua equestre del Regisole, ritenuta un simbolo del potere sovrano, e, prima fra le città di Lombardia, eleva al posto l'antico monumento l'Albero della Libertà, mentre dalle facciate degli edifici pubblici e privati gli antichi stemmi gentilizi cadono sotto i colpi della incontenibile euforia popolare.

Un tentativo di reazione bianca, capitanato da preti, ha per un attimo il sopravvento. La guarnigione francese è imprigionata nel Castello Visconteo. Ha inizio la caccia all'uomo nell'ambiente rivoluzionario in crisi. Ma la notizia di questi avvenimenti raggiunge Napoleone che, da Binasco, piomba su Pavia, soffoca nel sangue la rivolta ed abbandona la città a un saccheggio che rinnova in parte le brutture commesse dai Lanzichenecchi cinquecenteschi.

Caduto con Napoleone il Regno Italico, l'Austria torna ad insediarsi in Lombardia. Ha inizio I'ultimo atto che porterà alla liberazione e all'unificazione d'Italia.

L'Università di Pavia è un attivo focolaio di cospirazione; i due Collegi sono un nido di patriottiche aspirazioni. Di qui partono idee e programmi e fermenti che, prima con la Carboneria e poi con la Giovane Italia, trovano rapida diffusione nell'ambiente cittadino e nel contado. Si viene così a mano a mano a creare quel clima di ardente attesa e di partecipazione attiva che fa di Pavia uno dei centri più vivi nella storia del nostro Risorgimento.

Sono anni di vicende gloriose, punteggiate dall'eroismo di nobili, intellettuali, popolani. E non sono soltanto i nomi dei Massacra, dei Cignoli, dei Cairoli a scrivere le ultime pagine di gloria della storia cittadina, ma è tutta una corale partecipazione della città, « generosa e italianissima, sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese>. Ben cinquantasei Pavesi figurano fra i Mille di Garibaldi. Pavesi, in gran parte studenti, sono tutti i Caduti di Villa Glori.

Dal 29 marzo 1848, quando Carlo Alberto, dispiegata la bandiera tricolore, passa il Ticino, fino alla presa di Roma, i nomi di Pavia e di molti centri del suo territorio sono i

nomi che circolano sulla bocca di tutti gli italiani in ore liete e in ore tristi: Cava Manara (20 marzo 1849); Mortara e la Sforzesca (21 marzo 1849); Zinasco (29 aprile 1859); Montebello (20 maggio 1859); Palestro, Confienza, Vinzaglio (30-31 maggio 1859). Con la legge del 23 settembre 1859 si ricostituisce, con la Provincia di Pavia, l'unità territoriale dell'antico Principato. AI Parlamento Italiano, I'elettorato pavese designa uomini illustri che assumono alte funzioni politiche e responsabilità di governo.

Per la celebrazione del 1° Cinquantenario dell'Unità Italiana, lo Stato - con R.D. 22 novembre 1910 - ha conferito alla Città la Medaglia d'Oro «In ricompensa delle benemerenze patriottiche acquistate durante il Risorgimento nazionale». Allineata a cento altre città, per entità demografica e per attività economiche, con nuove vaste intraprese nel settore industriale a partire dal periodo che va dalla fine dell'ottocento e modernamente potenziata la sua funzione di città studiosa, Pavia ha dato - con maggiori rifiorenti energie, un rilevante contributo alla rinascita del Paese.

L'attuale progressivo sviluppo, le notevoli opere pubbliche, il fervore di iniziative in ogni settore di attività, nello ,studio e nel lavoro, segnano per Pavia un sicuro avvenire, e le attribuiscono un posto cospicuo tra le città italiane ed una missione di civiltà che non è mai venuta meno nei secoli della sua storia.

 

 

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