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Una città universitaria
Piccola grinzosa dama d'una nobiltà che si perde nei tempi.



Da Aosta ad Agrigento, classifica delle province in base al valore aggiunto pro-capite prodotto». E' questo il titolo - in apparenza non proprio spietato - d'un quadro sinottico pubblicato ogni anno dall'Istituto Nazionale delle statistiche. Il prodigioso omarino che presiedeva a queste risultanze per me un tantino misteriche era il prof. Tagliacarne. Con i dati in suo possesso egli procede alla sacrosanta classifica e nessuno osa appulcrare verbo. Le differenze fra i posti in graduatoria sono minime e tuttavia evidenti. Con i dati del 1978, il professor Tagliacarne ha
stabilito che le due prime province d'Italia sono Aosta e Milano, che la terza è Modena a sua volta seguita da Torino, Genova, Bologna, Reggio Emilia, Cremona, Mantova, Trieste, Parma,
Novara, Varese, Ravenna, Ferrara, Brescia, La Spezia, Vercelli, Piacenza, Pavia, Bergamo, Siena, Pisa ecc.
Perché si raccapezzi meglio il lettore, Trieste è decima con 4.615.300 lire pro capite, Ferrara è quindicesima con 4.460.500; Pavia è ventesima con 4.309.700.
Le province italiane essendo 95, la posizione di Pavia non è tale da mortificare il nostro orgoglio. Piccola grinzosa dama d'una nobiltà che si perde nella notte dei tempi, la nostra città sopravvive alle sue glorie con una disinvoltura di cui non molti sono capaci altrove. Abbiamo dietro di noi un passato orribilmente onorevole. Non per nulla ci hanno scelto come degna capitale d'una Italia che finiva a Salerno e Benevento i «liberatori» longobardi.
Venivano essi a liberarci dai Goti con tanto di autorizzazione imperiale (568), e davano corpo a una legge storica dal vostro umile servitore delineata secondo ferree induzioni: A (partito o
popolo) domina in Italia essendo alleato alla potenza straniera A2. Il partito o popolo B contende il potere ad A e naturalmente si appoggia alla potenza straniera B2, che è avversaria della potenza straniera A2. Quando B2 s'impone, anche B s'impone: e l'Italia viene automaticamente liberata. Gli appartenenti al partito o popolo A durano orrende fatiche a salvare la vita e i beni di cui godevano durante il loro felice predominio. Le epurazioni sono inevitabili. Chi fiuta per tempo il vento infido passa da A a B venendo esecrato dai meno fortunati delle sua parte (o popolo), che lo tacciano di volta-gabbana.
I troppi secoli di storia patria sono pieni di volta-gabbana. Sono essi propriamente i superstiti più veri. E poiché le liberazioni sono state millanta, e tutte rapportabili a quella legge, non torna per niente arduo convenire che tutto il nostro popolo sia costituito di superstiti.
Quando è venuto Carlo Magno a liberare l'Italia dal flagello longobardo (774), è arguibile che non tutti i nostri padri siano stati epurati, altrimenti, eh, non potremmo adesso considerarli tali. Vennero largamente premiati vescovadi e conventi con le terre confiscate ai vinti: era una ricompensa ovvia: a invocare di liberare l'Italia erano stati i preti. Perfino don Lisander Manzoni, dimentico della madre pavese, manda frate Martino dietro alla immancabile colomba
che lo guida al campo dei franchi: «Diletti fratelli, venite e invadete la patria mia: io stesso, istruito dalla colomba di Dio, vi additerò il cammino».

Conquistata Pavia, ridistribuite le terre da loro lavorate per due secoli, i longobardi vengono dirottati sulla luna. Infatti, vigliacco se li ritrovi più nelle patrie istorie! Il solo a vantarsene erede è San Tommaso che essendo importante professore alla Sorbona non ha paura di compromettersi: tutti gli altri, citto! E tu scopri la Scandinavia e noti con stupore commosso che la cantilena degli svedesi è quella stessa del bel paese là dove il tlà suona!

Perché proprio dalla Scandinavia venivano i Longobardi, e hanno battezzato Civitas, loro prima tappa, Civitas Dahl, che oggi è Cividale; hanno fondato Udine dedicandola a Odino (si pronuncia Udin); hanno fondato o rifatto le più belle città italiane, compresa la divina Firenze. E se tu ritieni sia incongruo il nome di Scaldasole, perché il sole non può essere scaldato affatto, ricorda che era semplicemente Skjoeldsaal, sala del giudice, tribunale.

Ambizione d'uno storico lombardo degno di questo nome dovrebb'essere quella di riabilitare la gloria dei nostri padri, che non fu piccola davvero. Pavia è stata distrutta una mezza dozzina di
volte dopo l'assedio di Carlo Magno. E' sempre risorta in virtù del suo lavoro. Temperava e plasmava l'acciaio intorno al Mille: inventò il pavese, o stemma di smalto applicato a scudi e corazze: l'insieme degli stemi è ancor oggi grand pavois in tutto il mondo civile.

Poi, i nostri metallurgici sono scappati a ripopolare Milano, che li affrancava dai feudatari. Milano è diventata la maggiore città d'Europa, Pavia e Como (forte in costruzioni architettoniche) sono rimaste abbrancate ai loro decadenti privilegi. Ma quando Milano ha preso Pavia, i Visconti le hanno subito riconosciuto dignità di capitale, e vi hanno costruito la
loro reggia, hanno ottenuto per la sua schola, vecchia di secoli, la qualifica di universitas.

Le chiese di valore mondiale esistenti a Pavia sono almeno sette. La sua famosissima Certosa chiudeva a settentrione il parco del castello Visconteo.
Se ci andate, una volta, cercate di farvi mostrare la piscina di marmo nella quale i frati mettevano il pescato dei loro battellieri, perché non gli capitasse la sventura di restare senza pesce il venerdì. Le piscine dei divi di Hollywood possono andare nascondersi.

Pavia è molto bella per chi riesce a vedere le reali bellezze d'una vecchia città. I pavesi invece se ne vergognano un poco. Nel «Bus del rat» che era un'osteria del quartiere più malfamato, nessuno riconosceva un andito del Palazzo di Teodorico.

I secoli non passano per nulla: il mio amico Pliplo Cassinari era molto indignato per le
minacce che aveva subito in Municipio, dopo aver aperto una semplice porta nel muro
del palazzo di Teodolinda. E quando ha messo su osteria nella scuderia della regina, ha dovuto conservarne la lucerna di bronzo, che a lui non garbava niente.

Pavia piace ai lombardi colti, non ai fervidi costruttori delle nostre ineguagliabili Gallarate. E vivere in provincia di Pavia piace a chi vi lavora. Sarà solo ventesima - come sostiene Tagliacarne - però la sua economia è varia e ben equilibrata. Quando le antepongono qualche provincia di meno valida nobiltà, io penso alla Francia e alla Germania. Sarà vero che le statistiche privilegiano di gran lunga i todesch, ma vuoi mettere come si vive in Francia?
Se la ricchezza francese è minore, secondo le cifre, la qualità del vivere è più del doppio. Ma de bon. E così succede a Pavia, rispetto a provincione che so io.

Abbiamo in provincia tre zone distinte (tre antichissime tribù liguri congruamente corrette dal bagno longobardo): il Pavese vero e proprio, la Lomellina, l'Oltrepò.
Buone industrie dovunque, e degnissima agricoltura. Il riso migliore del mondo oggi, con quello scelto valenciano, si chiama Carnaroli come il suo «inventore», papiense di Inverno, presso Corteolona.
Caesar e Gallia rediit et in hibernis legiones reliquit: bene, quell' hibernis sta per Hiberna Castra, ed è oggi inverno, che non ha mille abitanti.

In Lomellina ai producono scarpe a livello mondiale; e riso, e grano, e mais. Ma il bestiame è più scelto nel Pavese. In Oltrepò si producono due milioni d'ettolitri di vino. Le vecchie viti rosse erano estenuate e molti le hanno rinsaguinate con ceps pugliesi. Dio li benedica. Sogno dei Vignaioli poveri pavesi era di inciuccare milanesi e bergamaschi con vinacci sopra i 14°. I ricchi, più astuti, hanno piantato ceps di bianchi renani, e come sempre, hanno guadagnato di più, ricavandone anche maggior gloria.

Certi vecchi vigneti pavesi producono vini deliziosi, a metà fra la seriosa spocchia dei piemontesi e la vacua galloria degli emiliani. Più si ritroverà dignità di bottiglia, più posizioni si riconquisteranno in Italia e sul mondo.
La Lomellina ha perso Novara nel 1738 e con quella la capitale del gorgonzola, che il penicillium glaucum premia in particolare a nord della strada Pavia-Mortara. Ma nei formaggi siamo ancora
fortissimi.

II mascherpone è nato alla Mascherpa, che è una nostra cascina. Il Lodi trionfava da
noi e in Inghilterra, dove lo vendevamo a miliardi. Tradizioni ne abbiamo da annichilire qualsiasi concorrente. Quanto alla cucina, ai salumi, meglio non insistervi troppo per non ingelosire nessuno. Mettete il risotto con i filetti di persico e la frittata con le rane al culmine della nostra gloria.
Quanto al fosforo, prodotto da queste parti, sentite: dovendo comporre una Arx papiensis ad uso della «Fiera Letteraria», ho varato un giorno questa formazione: Carolina Invernizio in porta:
Gerolamo Cardano e Carlo Dossi terzini d'ala; Liutprando libero, Severino
Boezio stopper; Guidi, Manzoni e Marinetti centrocampisti; Soavi, Arbasino e Cassola uomini di punta. Quali riserve di comodo, in realtà titolari, Cornelio Nepote, Cesare Angelini, Italo Pietra, Bruno Tacconi (dentista romanziere!), Carlo e Manlio Cipolla, il sarto Valentino, i
fratelli Maserati. Stando seduto in panchina, quanti miracoli non avrei ottenuto da questi sommi!

Su quel medesimo spunto chiudevo il libro intitolato «Una provincia a forma di grappolo d'uva»; non ho voluto togliere anche Carlo Cattaneo a Milano e l'ho lasciato fuori squadra: ma i
Cattaneo erano di Casorate Primo, non di Milano. E quando avremo chiarito meglio le cose, come impone quel genio, lo vorrò sempre impiegare da centravanti.
Per ora chiudo con le stesse parole di quel mio libro avventurato: per vaccinati che
siamo, da una delle storie più lunghe e malerbette di questo mondo, esser nato pavese non mi dispiace, ma propi no.